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Il K2 da Koncordia - © 2000 Marco Camandona
"Sabato 29 luglio 2000 ore 18.15" ora e giorno della conquista del "nostro" K2".
Il K2 con i suoi 8611 m è la seconda montagna del mondo dopo l'Everest, fa parte della catena montuosa del Karakorum
al confine tra Pakistan, Cina ed India.
Il K2 è entrato nell'immaginario collettivo soprattutto per le numerose tragedie causate dalle difficoltà tecniche e
metereologiche: la prima vittima è stata la guida alpina di Courmayeur Mario Puchoz, membro della spedizione Italiana
del 1954, guidata da Ardito Desio, e che annoverava i primi conquistatori, Achille Compagnoni e Lino Lacedelli. Ad oggi
purtroppo le vittime sono più di 50, mentre quanti sono saliti in questi quarantasei anni sono solo 165!
La nostra spedizione era composta dallo scrivente, guida alpina Marco Camandona,
dal suo collega di lavoro anch'egli valdostano, Abele Blanc, e dall'alpinista
brasiliano Waldemar Niclevicz.
L'itinerario percorso è quello del 1954, denominato "Sperone degli Abruzzi",
la via normale più difficile e severa di tutti i quattordici ottomila al mondo.
Lo Sperone degli Abruzzi non è la sola via che porta alla vetta del K2, ma
è sicuramente la più sicura, ed è proprio questa caratteristica che ci ha
spinto a sceglierla. Il percorso si svolge in prevalenza su cresta: inizia
con uno scivolo di neve fino al campo 1 a 6100 m, poi ancora 500 m di misto
con passi di 3° - 4° grado per arrivare al campo 2 a 6600 m.
Appena sopra questo secondo campo c'è uno dei passi più difficili della
via: il "Camino Bill", con dei tratti di 5° grado su roccia e dei punti di
misto e ghiaccio; poi inizia la "piramide nera", 3°- 4° grado fino a quota
7400, dove finisce la parte su roccia. Più in su la via è in prevalenza su
neve o ghiaccio. Ancora 600 m di dislivello per arrivare sulla spalla ad 8000
m, dove viene piazzato l'ultimo campo. Qui si godono poche ore di riposo,
per poi partire all'assalto degli ultimi 611 m: il primo tratto su neve dura
ventata. All'imbocco del passaggio chiamato "collo di bottiglia" la neve inizia
ad essere soffice ed alta, a quota 8200 m; sopra di noi il seracco pensile
di 100 m, poi l'attraversata verso sinistra con la neve profonda quasi alla
pancia su un pendio a 50° - 55°.
Ancora neve e, per finire, una placca di ghiaccio, un crepaccio coperto dalle
abbondanti nevicate e poi la via diventa un po' più agevole a 100 m dalla
cima. Negli ultimi 50 metri la neve è di nuovo alta, fino ad arrivare sulla
cresta che porta in vetta; dalla parte opposta, quella cinese, 3500 metri
di vuoto. Infine 20 metri quasi in piano per raggiungere il nostro grande
sogno la vetta del K2.
Dopo interminabili giorni di brutto tempo, passati al campo base, si è affacciata l'opportunità di conquistare il K2
grazie anche a delle previsioni meteo abbastanza favorevoli.
La nostra vittoria è stata voluta intensamente sia con lo spirito che con il corpo, a denti stretti abbiamo lottato
contro la natura fino a raggiungere l'obiettivo che ci eravamo prefissati. Senza soffermarmi nei particolari tecnici,
vorrei esprimere a chi legge queste frasi le nostre sofferenze, i timori e le pene di quei momenti drammatici.
Il nostro calvario è iniziato alle ore 4.30 del 29 luglio 2000 a quota 8300 m, quando con la neve alla pancia, su pendii
ghiacciati con pendendenza di 55°, soli, slegati, ma uniti l'un l'altro con lo sguardo, abbiamo dovuto lottare con
tutte le nostre forze fìsiche e mentali per raggiungere il grande ed insperato obbiettivo, il K2.
Quegli attimi sono stati vinti soprattutto grazie ad un forte affiatamento fra me e Abele, legame profondo che ci
permette di capirci senza parlarci: risultato di giornate e mesi vissuti insieme in condizioni estreme, sostenuti
solamente dalla grande passione che ci accomuna: la montagna.
L'arrivo in vetta, a quota 8611 m, è stato un momento entusiasmante, anche se la stanchezza e la mancanza d'ossigeno mi
avevano offuscato la lucidità: in effetti, di quei momenti e degli attimi che li hanno preceduti ho solamente dei flash,
dei ricordi slegati e non un'immagine continua; però dentro di me ho la consapevolezza di aver realizzato il mio grande
sogno.
Il provarmi attraverso l'alta quota, la mancanza di ossigeno, la reazione del mìo fisico sottoposto a sforzi intensi ed
il mio limite mentale in situazioni estreme sono le principali motivazioni che mi riportano ancora in quei magici
luoghi, per riuscire a capire e percepire i miei limiti... senza oltrepassarli!
Marco Camandona
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| Avvicinamento al Campo Base | Il campo a 8000m | Abele Blanc a quota 8000 | Collo di bottiglia a 8200m |
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| Marco Camandona | Quota 8400m | Quota 8500m | Il Broad Peak dalla cima del K2 |
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| Marco Camandona in vetta | Abele Blanc in vetta |
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