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© 2004 Claudio Bastrentaz
Ciao amici di Inalto,
A tre mesi dalla partenza vi scrivo, credo sia un record!
Dopo la bella e fortunata conclusione all'Everest, mentre tutti rientravano
a casa, solo Mario Panzeri ed io partivamo per il Pakistan, dopo uno stop
di soli due giorni a Katmandu, destinazione Rawalpindi. Qui con Nives Meroi,
Romano Benet e Luca Vuerich, freschi salitori del Lhotse, abbiamo passato
alcuni giorni di relax aspettando il resto del gruppo arrivato ai primi di
giugno. Risolte le ultime faccende organizzative, ci siamo imbarcati per Kashgar
in Cina, inaugurando il primo volo della linea Islamabad-Kashgar. Se questo
non ci ha permesso di percorrere la mitica Karakorum highway, in compenso
ci ha fatto guadagnare giorni preziosi e risparmiato fatiche supplementari,
senza contare che il grande problema dell'opzione stradale erano degli scontri
interni che non rendevano sicura la strada. In tre giorni di jeep abbiamo
raggiunto il capolinea, da dove ha avuto inizio il trekking: ci si rende conto
subito di essere ai confini del mondo e la voglia di avventura e di esplorare
nasce forte e incontrollata.
Una delle particolarità più uniche di questo trekking è
che il trasporto del materiale avviene con un animale decisamente particolare:
il cammello. Il mattino quando ci si spostava, vedere 45 cammelli in fila
era veramente uno spettacolo particolare e affascinante.
Dopo 5 giorni dormendo nelle poche oasi trovate e immergendoci in paesaggi sempre diversi e grandiosi, siamo arrivati al fronte del ghiacciaio, dove i preziosi animali hanno scaricato le oltre due tonnellate di materiale. Da quel punto in poi è stato tutto a scapito dell'uomo, che ha dovuto trasportare a spalle il necessario per gli oltre trenta chilometri che ci separavano dal campo base. Per rendere accettabile e fattibile questo spostamento abbiamo allestito un campo intermedio, da dove fortunatamente i cammellieri ci aiutano nei trasporti.
Per capire le problematiche per riuscire a trasferirci tutti al vero campo base a quota 5.000 m. bisogna pensare che l'operazione terminata solo il 1° luglio partendo per il trekking il 13 giugno. Ora siamo completamente soli, 9 alpinisti 1 dottore e 4 pakistani con il compito di tuttofare, ma principalmente quello di portatori, dovendo quasi quotidianamente scendere al campo intermedio a fare rifornimento, essendo l'intermedio il deposito di tutto il necessario.
La montagna è meravigliosa, imponente, di difficile comprensione viste
le dimensioni. Sono ormai dieci giorni che cerchiamo di guadagnare quota sulla
sua prima parte molto impegnativa e pericolosa. Per riuscire ad allestire
il campo 1 a 6.600 m. Fino ad ora abbiamo raggiunto i 6.200 m. circa, faticando
molto nella neve instabile, pericolosa e non trasformata, attrezzando tutto
il percorso con corde nostre o sfruttando le corde della spedizione coreana
che ci ha preceduto. Questa sfortunata spedizione, entrata in zona operazioni
nei primi giorni di maggio, ha dovuto abbandonare per un grave incidente che
l'ha colpita, perdendo sotto una valanga ben tre componenti.
Ora che ho "assaggiato" la parete ho capito quanto possono essere pericolosi i primi mille metri della parete, che si inclina fino a 60° e dove la neve fresca non riesce mai a scaricare completamente. Purtroppo passano i giorni e qui la montagna ci offre al massimo due o tre giorni di bel tempo per poi essere investita da violente perturbazioni che scaricano molta neve, il che ci obbliga ad aspettare almeno un giorno, anche quando le condizioni migliorano. E' un lungo aspettare per poi sperare di alzarsi di qualche centinaia di metri, ma rifacendo tutta la traccia e la fatica precedente ed affrontando sempre situazioni un po' al limite.
In compenso al base si sta bene
e il clima è tutto sommato sereno e scherzoso: vedremo... Il trucco,
in queste situazioni, è aspettare serenamente ed essere pronti a partire
se ci sono le condizioni.
Assieme a questo riassunto vi spedisco alcune foto e vi saluto augurandovi
buon lavoro o meglio buone vacanze visto il periodo.
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