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| Montagna |
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Lo Scarpone - luglio 2005 - © 2005 Club Alpino Italiano
Il Cai ha preso posizione contro il progetto della Comunità montana Valli Po Bronda Infernotto di illuminazione artificiale della parete orientale del Monviso, durante le Olimpiadi invernali 2006. Il Comitato centrale di indirizzo e controllo ha approvato in proposito una mozione in cui viene espressa “ferma contrarietà al progetto di illuminazione notturna del Monviso” ritenendo che tale iniziativa “non sia corrispondente alle esigenze del turismo montano, con un forte disturbo delle componenti dell'ambiente naturale, e sia un inutile spreco di risorse energetiche, risultando pertanto un esemplare caso di cattivo uso di fondi pubblici”. “Vogliamo e preferiamo il Monviso illuminato solo dalla luna, come immagine vera della montagna che amiamo”, è la conclusione degli organi direttivi del Club alpino. “Naturale e artificiale”, commenta il notiziario ufficiale Lo Scarpone, “hanno sempre convissuto in montagna: molti pascoli sono il frutto di un'accurata spietratura del terreno e del taglio degli alberi, e il larice viene favorito a scapito di altre piante per consolidare terreni non bene assestati…Ma ora l'intervento dell'uomo esorbita, per usare un eufemismo. Forse vedremo presto spuntare un pennacchio artificiale sulla cima del Vesuvio, e il monte di Portofino foderato di amianto contro gli incendi. Nessuno protestò quando nel 1965 gli alpini illuminarono a giorno il Cervino con le fotoelettriche, nel centenario della prima scalata, ma erano altri tempi. Quando nel 2002 Anno delle montagne le Tofane sono state trionfalmente inondate di luce artificiale, il giochino è parso a molti fuori luogo e di gusto discutibile. Perché perseverare?”
Si sono conclusi in Piemonte, nel cuore delle valli che ospiteranno le Olimpiadi invernali del 2006, i lavori di asfaltatura di una vecchia strada militare che collega la Val di Susa con la Val Chisone transitando per i 2176 m del Colle delle Finestre. Entrambe le valli hanno sul loro territorio molti chilometri di strade militari a fondo bianco, costruite tra la fine dell'Ottocento e la Seconda guerra mondiale, che potrebbero diventare un tassello importante nel quadro di un rilancio dell'appetibilità turistica delle Alpi occidentali. A tutt'oggi invece la gestione e la conservazione di questo ingente patrimonio storico-paesaggistico, che si snoda spesso sulle creste più panoramiche ed è punteggiato di fortificazioni, ridotte e bunker, risulta carente, lasciando alle decisioni dei singoli comuni l'autorizzazione al transito motorizzato. Con il risultato che negli ultimi anni si è verificato un forte incremento dei mezzi a motore che scoraggiano gli escursionisti a piedi e in mountain-bike. Molte anche le motociclette e i fuoristrada anche con targa estera. Nelle pagine del notiziario Lo Scarpone, la commissione del Cai per la protezione dell'ambiente montano ribadisce che la percorrenza motorizzata di strade in quota va riservata solo ai valligiani per i lavori agro-silvo-pastorali e ai residenti fino alle abitazioni. Le eventuali carrarecce verso gli alpeggi, e ovviamente i sentieri, vanno percorsi a piedi o eventualmente in bicicletta. “Noi del Cai non possiamo che essere contrari a qualunque forma di escursionismo motorizzato”, spiega la Commisisone TAM, “che comporta una drastica caduta culturale e di civiltà. I fragili ecosistemi alpini non traggono alcun vantaggio dal turismo motorizzato (auto, moto, quad) che oltretutto, nel caso specifico della strada del Colle delle Finestre, si ridurrebbe a un rapido transito tra le due valli”.
A vent'anni dalla prima scalata invernale del Cerro Torre (1985) da parte degli italiani, il Club Alpino Italiano ha assegnato l'annuale Riconoscimento “Paolo Consiglio” al trentino Ermanno Salvaterra per una nuova e originale scalata al “grido pietrificato” della Patagonia. La salita è stata completata il 13 novembre 2004 lungo la parete est e rappresenta il capolavoro di Salvaterra, guida alpina e maestro di sci di Pinzolo. Tentato per la prima volta nel 2001, il nuovo itinerario è battezzato “Quinque anni ad Paradisum” ed è arditamente disegnato tra la Directissima al Infierno degli sloveni (gennaio 1986, 1200 m, VIII+, 95°) e un itinerario incompiuto dei britannici Tom Proctor e Phil Burke del gennaio 1981. Come riferisce il notiziario Lo Scarpone, il riconoscimento è andato a pari merito e all'alpinista bergamasco Simone Moro per una spedizione alpinistica alla vetta pakistana del Baruntse nord, 7059 metri, avvenuta con mezzi e tecniche pulite, in stile leggero. Il risultato è stata l'apertura di una via di 2550 metri di sviluppo dedicata al famoso alpinista e guida alpina Patrick Berault.
Gli italiani non sanno più raccontare storie interessanti di montagna? Stando ai risultati del premio ITAS 2005 consegnato in primavera a Trento sembrerebbe che le cose stiano in effetti così. Da dodici anni a questa parte - fatta eccezione per "Capocordata" di Cassin, "La guerra di Joseph" di Camanni e un libro sui Walser - il Cardo d'oro, il premio più ambito, è andato a opere tradotte. Quest'anno Cardo d'oro dunque a Ed Douglas, scrittore, giornalista e direttore dell'Alpine Journal, e a David Rose, che pubblica sul Guardian e sullObserver; hanno scritto a quattro mani la storia di Alison Hargreaves, la scalatrice britannica che scomparve a 33 anni scendendo dalla vetta del K2 nel 1995. La vicenda, come ricorda il notiziario Lo Scarpone, suscitò grande scalpore e un mare di polemiche; si rimproverò ad Alison di aver lasciato due orfani in tenera età, di essere assetata di denaro, di aver forzato la vetta in condizioni sfavorevoli... Douglas e Rose hanno ricostruito la vita di Alison in base ai suoi diari e alle testimonianze di amici e parenti. Ne è uscita un'opera avvincente - pubblicata da CDA-Vivalda col titolo "Le ragioni del cuore" - il cui maggior pregio sta nell'aver reso con grande efficacia e a tutto tondo un personaggio d'eccezione, con le sue grandezze e le sue piccinerie, i suoi slanci di generosità e i suoi egoismi; uscendo pertanto dallo schema quasi consueto della biografia dello scalatore/superuomo tutto passaggi acrobatici e bivacchi appesi ai chiodi, che fa velo allo spessore umano, alla realtà degli affetti, della famiglia, del quotidiano.
E' alla cucina tradizionale delle nostre vallate che i rifugi del Club Alpino Italiano volgono in questi giorni lo sguardo. Una proposta riguarda l'opportunità di proporre e fare riscoprire ai loro fruitori i cibi tipici del territorio montano del quale sono parte integrante. Sull'argomento si esprime sul notiziario lo Scarpone Vinicio Vatteroni della Commissione centrale rifugi e opere alpine, facendo riferimento al ruolo di "presidi culturali" dei rifugi alpini, anche “per valorizzare, preservare e divulgare quei valori etici e culturali propri delle nostre tradizioni culinarie tuttora presenti sul territorio, in veste di autorevoli custodi e garanti delle virtù gastronomiche che sono alla base della cultura della montagna”. “ Tutti i cibi”, osserva Vatteroni, “sono parte integrante dell'evoluzione e della storia dell'uomo, della sua cultura e della sua tradizione. Sono quindi il fondamento di qualsiasi civiltà e società, rendendo possibile il formarsi e il raffinarsi della cultura. Nelle specificità delle varie realtà montane del nostro Paese i cibi in parte rispecchiano la tipologia dell'ambiente, nonché il comportamento e il carattere degli individui, condizionati nelle loro scelte alimentari dai fattori climatici e dalle risorse peculiari del territorio. Scelte che nel tempo hanno garantito un rapporto armonioso tra gli uomini e la loro alimentazione (fattore determinante per la costituzione di sane e semplici tradizioni culinarie)”.
Quando l'immagine del Mont Ventoux, 1912 m, “buca” gli schermi in occasione del Tour de France i cronisti si fanno in quattro per esaltarne o demonizzarne le caratteristiche. Lo sforzo dei ciclisti per arrivare in cima è disumano, a volte sembra di non respirare. Sarà il microclima, quello che consente ai botanici di ammirare, in Provenza, il papavero di Groenlandia o la sassifraga del Spitzbergen. Dalle pietraie sommitali si gode uno dei più vasti panorami d'Europa. Ora la prima salita di Francesco Petrarca di cui si sono da poco celebrati i 700 anni dalla nascita, suggerisce a un consigliere centrale del CAI, Vittorio Pacati, un'interessante proposta: adottare questa montagna della Provenza quale emblema per i club alpini. “La salita al monte Ventoso”, scrive Pacati sul notiziario Lo Scarpone, “è la prima, modesta ed esaltante allo stesso tempo, prova di alpinismo turistico-escursionistico di cui si abbia notizia. Numerosi autori affermano che non si conosce nessun altro che prima del Petrarca sia salito su un alto monte solo per il “multa videndi ardor ac studium” (per la brama e il gusto di vedere molte cose), come si esprimerà lo stesso poeta parlando dei suoi viaggi sui Pirenei, in Francia e in Germania. Non solo, ma è il primo brano letterario che tratti compiutamente e analiticamente un argomento strettamente connesso con la montagna”.
Saldamente aggrappato alla montagna, Premana (1000 metri esatti sul livello del mare) nel Lecchese è un paese rinomato per la lavorazione del ferro che ha assicurato un duraturo benessere a questi montanari. Dalle abili mani dei fabbri del posto sono nati e nascono gli aristocratici “ferri” delle gondole veneziane. In decine di aziende si forgiano non soltanto forbici e coltelli ma anche campanacci da appendere al collo delle mucche svizzere, per la delizia dei turisti. Ma da più di ottant'anni c'è un altro motivo di orgoglio per gli abitanti di Premana. Grazie a una fornitura di piccozze militari realizzate nel 1920 nelle fucine del fabbro Antonio Codega, il paese è entrato nel mercato globale dell'alpinismo: una nicchia ben scavata nel business degli accessori per il tempo libero, e questo proprio grazie all'azienda fondata alla fine dell'Ottocento da Nicola Codega, papà di Antonio, e cresciuta fino a diventare leader mondiale nel settore. CAMP è un acronimo, significava inizialmente “Codega Antonio Metilde Premana”, dove Metilde rappresenta curiosamente il soprannome con cui la famiglia dei Codega veniva identificata in paese. Nel tempo l'azienda ha mantenuto l'acronimo, attribuendo alla sigla il significato di “Costruzione Articoli Montagna Premana”. Più che un marchio di fabbrica, un mito per generazioni di alpinisti, la cui fama si è consolidata di generazione in generazione. Oggi tra i vicoli di Premana, in due stabilimenti strutturati con tecnologie d'avanguardia, le piccozze CAMP continuano a venir forgiate al calor rosso, con ogni cura per le rifiniture a mano, ma anche con l'indispensabile intervento del computer in fase di progettazione. A guidare l'azienda che venne fondata dal bisnonno Antonio c'è ora un erede trentaduenne che ha il supporto del fratello Paolo e dei cugini Antonio, Giovanni, Isacco e Andrea, ciascuno responsabile di una specifica divisione. Come racconta allo Scarpone, “mister Camp” si è laureato a pieni voti nel ‘97 all'Università Cattolica di Milano con una tesi su “alpinismo, arrampicata sportiva, trekking”, con “cenni storici, analisi del mercato e trend di sviluppo”, relatore il professor Marco Fortis…
La storica città universitaria di Wuerzburg fra le colline vinicole del Meno ha ospitato in aprile il convegno “Wege und Steige im Alpenraum”, letteralmente “vie e sentieri nell'ambiente alpino”, un summit sulla sentieristica in Germania e Austria che ha radunato oltre 200 referenti dei club alpini dei due Paesi. Come riferisce il notiziario Lo Scarpone, il CAI ha partecipato con una delegazione che ha potuto rendersi conto della realtà sentieristica e gestionale di DAV e OEAV e trarne interessanti raffronti, spunti e considerazioni. La manutenzione dei sentieri è stato uno dei primi problemi affrontati e anche dei più scottanti: a fronte della diminuzione di volontari disponibili, diverse sezioni infatti non intendono più occuparsene. Altro problema. La recessione economica ha provocato una significativa diminuzione della frequenza nei rifugi del DAV e diverse strutture si trovano in difficoltà. Ecco quindi profilarsi una strategia di marketing basata sulle aspettative dei frequentatori, con apposite pubblicazioni e un sito internet in cui si selezionano rifugi e sentieri adatti a vari tipi di utenza: escursioni a piedi, in bici, in ferrata, da rifugio a rifugio, in bassa, media o alta montagna, in diversi tipi di ambiente, secondo la lunghezza, la difficoltà, con i bambini, la famiglia, lo sportivo, l'interesse culturale, naturalistico, ecc. Il tutto integrato con offerte di ospitalità e accompagnamento. Peter Weber, coordinatore della sentieristica DAV, intervenuto in merito ai problemi manutentivi dei 40mila chilometri di sentieri, ha infine evidenziato la necessità di creare maggiore consapevolezza del ruolo istituzionale dei soci e maggiori legami con le popolazioni e amministrazioni pubbliche locali mediando in caso di conflitti.
Una buona notizia sul fronte dei rifugi alpini, diversi dei quali con gravi problemi di sopravvivenza. La Sezione di Milano annuncia attraverso il notiziario ufficiale Lo Scarpone la riapertura dello storico rifugio “Carlo Porta”, 1426 metri, al Pian dei Resinelli (Lecco). Completamente ristrutturato, il rifugio sarà condotto da Raffaele Palladino con il suo team. Inaugurato nel 1911, il “Porta” fu uno dei primi esempi nella storia del CAI di “rifugio albergo”, ovvero di “centro polifunzionale alpino”, come lo si definirebbe oggi. Sorse sul versante meridionale della Grignetta per iniziativa autonoma di un gruppo di soci che ne finanziarono la costruzione con un prestito.
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