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| Montagna |
Direttore responsabile: Pier Giorgio Oliveti
Coordinamento redazionale: Roberto Serafin
e-mail: loscarpone@cai.it
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Lo Scarpone - gennaio 2006 - © 2006 Club Alpino Italiano
L'aquila del Club Alpino Italiano dispiega le ali sulla Torino olimpica a cominciare dal castello del Valentino dove si trova Casa Italia e che nel 1863 fu sede, come ricorda una lapide della cittadinanza, dell'assemblea istitutiva dell'associazione. Al Monte dei Cappuccini, la Biblioteca nazionale del CAI annuncia da gennaio a marzo una serie d'incontri intitolati “Leggere le montagne” in collaborazione con la Città di Torino e le biblioteche civiche torinesi. Un'occasione di approfondimento culturale nel periodo delle Olimpiadi invernali. Questo il programma preannunciato dal mensile “Lo Scarpone” (gli incontri inizieranno sempre alle ore 17,30 e ai quali parteciperà il presidente generale del CAI Annibale Salsa):
- 24 gennaio, Sala degli stemmi-CAI, Monte dei Cappuccini: Le grandi Alpi nella cartografia di Laura e Giorgio Aliprandi, studiosi e collezionisti. Priuli & Verlucca 2005.
- 8 febbraio, Biblioteca nazionale CAI, via G. Giardino 48, Monte dei Cappuccini: Enciclopedia della Valle d'Aosta di Oriana Pecchio e Pietro Giglio, giornalisti, Zanichelli 2005.
- 24 febbraio, Biblioteca Geisser Corso Casale 5, Parco Michelotti: Officinahce, rivista digitale di ricerca sull'alpinismo e lo spazio alpino. Incontro con Andrea Bocchiola, curatore e autore, e Eugenio Pesci, autore di libri sull'estetica del paesaggio alpino.
- 3 marzo, Sala degli stemmi CAI: Le Alpi: una regione unica al centro dell'Europa di Werner Bätzing, docente di geografia all'Università di Erlangen-Norimberga, Bollati & Boringhieri 2005. In collaborazione con l'editore e il Goethe Institut di Torino.
- 22 marzo Biblioteca Geisser: 365 giorni sulle Alpi di Paolo Paci , giornalista, Mondadori 2005. Incontro con l'autore e Enrico Camanni.
Le conferenze alla Biblioteca nazionale rappresentano un'occasione per visitare la nuova e accogliente sede di questa prestigiosa istituzione dotata di un patrimonio documentario immenso raccolto in 143 anni, che comprende 24.000 libri, 1.154 testate di periodici per un totale di 16.000 annate, un fondo cartografico di 9.271 pezzi (1.800 carte recenti, 4.460 storiche e 3.011 extraeuropee provenienti dal Cisdae) e un fondo archivistico. La consultazione è libera negli orari di apertura (martedi e giovedi dalle 13 alle 18,45, mercoledi e venerdi dalle 9,15 alle 15). I l prestito è riservato ai soci CAI ed è previsto un servizio di consulenza bibliografica.
Il mondo dell'editoria rende omaggio a Lo Scarpone, una testata particolarmente longeva, fiore all'occhiello del Club Alpino Italiano che ne è l'editore. Il primo numero del mensile “vagì” a Milano in grande formato su carta di giornale il 5 gennaio 1931 per iniziativa dell'imprenditore e giornalista Gaspare Pasini. Oggi, 75 anni dopo, il notiziario ha ovviamente un'altra faccia grazie soprattutto a una grafica moderna e accattivante. La carta riciclata viene stampata “full color”, il formato è quello dei consueti newsmagazine. Ma l'elisir che lo sostiene è lo stesso: la passione per le montagne continuamente alimentata dai contributi dei soci. La storia della testata s'intreccia fin dalle origini con quella del Club Alpino Italiano. Come testimonia il volume “I cento anni del Club Alpino Italiano 1863- 1963” nel dicembre '43, sotto il governo Badoglio, Lo Scarpone diviene addirittura organo ufficiale. Quando il giornale è acquisito nel ‘74 dal CAI e distribuito a un numero limitato di sezioni, il presidente Giovanni Spagnolli ribadisce l'impegno di “mantenere l'obiettività e la tempestività dell'informazione”. Impegno mantenuto. “Il nostro notiziario deve riportare in maniera non unidirezionale anche quelle che sono le tensioni all'interno del Sodalizio”, è opinione espressa (2004) dal presidente Annibale Salsa. Della testata si prendono cura via via Renato Gaudioso, Giorgio Gualco, Piero Carlesi. Poi Mariola Masciadri per 11 anni realizza un notiziario di qualità passando il testimone nel 1987 a Roberto Serafin per il coordinamento della redazione. Alla direzione si danno il cambio i vicepresidenti generali Vittorio Badini Confalonieri e Teresio Valsesia e ora è Pier Giorgio Oliveti il direttore responsabile sia del Notiziario mensile sia della Rivista bimestrale mentre a Gian Mario Giolito è affidata la direzione editoriale che in passato è stata di Italo Zandonella Callegher. Per concludere questa rapida carrellata, nel 1994 un altro grande passo viene affrontato dal caro, vecchio (?) Scarpone: per volere dei delegati il notiziario si trasforma da quindicinale in mensile e da allora viene mandato a tutti i soci ordinari. Puntualmente, tutti i mesi, con una tiratura di oltre 200 mila copie.
Non poteva esserci miglior benvenuto, per i tanti innamorati della montagna intervenuti sabato 5 novembre all'inaugurazione del Palamonti all'interno della Cittadella dello Sport, delle note del celeberrimo Coro della SAT che hanno offerto un ulteriore tocco di magia alle volte lignee della nuova sede del CAI a Bergamo, una suggestiva struttura che ha i colori della montagna: il verde dei prati sulla copertura, il grigio dei calcari dolomitici sui muri, il calore del legno lamellare nelle strutture che reggono il tetto. “Il Palamonti” ha detto il presidente generale del CAI Annibale Salsa, “rappresenta un simbolo per l'intero sodalizio: non a caso è già stato deciso di utilizzarlo per convegni a livello nazionale e internazionale”. “Abbiamo realizzato un ponte tra l'oriente e l'occidente dell'arco alpino”, ha a sua volta spiegato il presidente della Sezione di Bergamo Paolo Valoti, “anche e soprattutto dal punto di vista culturale”. “Così facendo il sodalizio”, ha detto monsignor Amadei. vescovo di Bergamo, “contribuisce a rendere la società più umana, mette in risalto il valore della gratuità che è il segreto della vita ed educa le nuove generazioni al raggiungimento dei risultati passo dopo passo, con fatica, la stessa sopportata per secoli da quanti vivono in montagna”. Alla nuova struttura il notiziario mensile Lo Scarpone dedica un particolare dossier realizzato grazie alla collaborazione del quotidiano L'Eco di Bergamo. “Si tratta di una vera e propria casa della montagna”, scrive Pino Capellini, “frequentata abitualmente dai bergamaschi non solo per il richiamo di manifestazioni, mostre e iniziative varie, bensì perché vi potranno trovare un'atmosfera familiare, quasi da vecchio rifugio alpino. Se questo potrà valere per l'appassionato della montagna e chi è interessato alla cultura, alle tradizioni, all'ambiente delle Orobie, il Palamonti sarà aperto in modo particolare ai giovani. Ed è in questi ultimi che risiede il futuro della casa della montagna e del CAI, e non solo per una questione di ricambio generazionale.
Sicuramente l'attività fisica in montagna, anche il semplice “camminare” compiendo un dislivello, provoca un sovraccarico funzionale dell'apparato locomotore e in particolare delle ginocchia. Con quali conseguenze e quale frequenza? Lo rivela Lo Scarpone di gennaio basandosi su un'importante ricerca compiuta dai medici Roberto Cielo, già primario medico e presidente della sezione bellunese del CAI, e Gianluca Rossi, medico di medicina generale che presta servizio presso la stazione bellunese del CNSAS. Importante premessa. I dati derivanti da un questionario dimostrano che l'insorgenza della gonalgia è favorita dal soprappeso e dal sottoporsi a uno sforzo non commisurato al proprio grado di allenamento. Risulta quindi importante per l'alpinista la cura della propria forma fisica unitamente a un'accurata scelta dei materiali che dovrebbero essere leggeri ed ergonomici e possibilmente in grado di proteggere la struttura articolare (es. bastoncini e fasce elastiche). Considerato che con questi provvedimenti e dopo un adeguato periodo di riposo l'85% degli intervistati ha ripreso senza limitazioni l'attività in montagna - anche se circa la metà di essi non si considerava perfettamente guarito – è possibile concludere che il dolore muscolo-scheletrico che insorge in chi pratica attività fisica in montagna è dovuto al sovraccarico funzionale e ai microtraumatismi ripetuti e si risolve principalmente con il riposo, non condizionando la piena ripresa dell'attività. Il questionario è stato distribuito a una popolazione di 119 alpinisti all'atto dell'iscrizione al CAI, nello specifico 20 donne e 99 uomini in età compresa tra i 16 e gli 81 anni. Di questi 71 (60%) hanno risposto di avere sofferto di un problema muscolo scheletrico correlato a un'attività ludico-sportiva svolta in montagna. Il problema doloroso più riportato è stato a livello delle ginocchia (65%), per lo più connesso con l'escursione a piedi, attività predominante fra gli intervistati. Il camminare in montagna ha provocato anche - in misura minore - dolori alla regione lombare (30%), alle caviglie (22%) e al collo (14%). In quest'ultima sede, come nel dolore alle spalle, contribuiscono all'insorgenza del dolore anche attività come l'arrampicata e lo sci alpinismo. Per quanto riguarda la causa del dolore, gli intervistati l'attribuiscono per la maggior parte allo sforzo eccessivo (55%) e allo scarso allenamento(45%), in misura minore ai traumi (26%), al soprappeso (15%) e allo zaino troppo pesante(17%).
“Se i rifugi sono anche al servizio del turismo, è giusto che l'ente pubblico provveda al loro finanziamento al pari di strutture alberghiere, camping, impianti”, osserva il presidente della Società Alpinisti Tridentini Franco Giacomoni intervenendo nelle pagine del notiziario mensile Lo Scarpone su un argomento di grande e drammatica attualità: la sopravvivenza di diverse strutture in quota del CAI che oggi rischiano la chiusura per mancanza di risorse. Quali le soluzioni proposte del presidente della SAT? Innanzitutto nuove forme di gestione. “Non è più possibile pensare a una gestione esclusiva sezione-rifugio”, spiega Giacomoni. “Le problematiche attuali (progettazione, tipologie contrattuali, finanziamenti, normative, promozione) obbligano a una gestione più ampia, almeno su base regionale”. Ma soprattutto il presidente della SAT invoca un più deciso intervento dell'ente pubblico. “Se i rifugi sono, oltre che punti d'appoggio e riparo per gli alpinisti, strutture a servizio del turismo, è giusto che si provveda al loro finanziamento al pari delle strutture alberghiere, camping, impianti. E' una strada obbligata; a fronte della vastità del fabbisogno finanziario necessario il contributo dei soci non sarà mai adeguato alle necessità. Se il problema è grave, e lo è, è necessaria un'azione decisa nei confronti di Governo e Parlamento e delle amministrazioni regionali. I parlamentari amici della montagna e gli amministratori vicini al CAI vanno coinvolti per arrivare finalmente a leggi che garantiscano risorse certe e a normative che non equiparino una struttura in quota come il rifugio a una struttura alberghiera di valle. Per loro è un'ottima occasione per passare dalle affermazioni di principio ai fatti”.
Le spedizioni extrauropee organizzate nell'ambito e con il patrocinio delle sezioni del CAI che abbiano svolto attività extraeuropea in stile alpino e in sostanziale autonomia da iniziative commerciali partecipano anche quest'anno all'assegnazione dell'importante Riconoscimento “Paolo Consiglio” che verrà consegnato a Varese il 20 maggio in occasione dell'Assemblea dei delegati del Club alpino. “Nella valutazione”, spiega il regolamento pubblicato sul notiziario Lo Scarpone, “si terrà conto del carattere esplorativo dell'impresa, della informazione al Centro italiano studio e documentazione alpinismo extraueopeo (CISDAE) e di eventuali ricerche scientifiche. E' considerato essenziale aver condotto la spedizione nel pieno rispetto dei luoghi attraversati e della montagna salita”. Per quanto riguarda il meccanismo dell'assegnazione, all'articolo 3 il regolamento precisa altresì che “la presidenza del Club alpino accademico italiano, avvalendosi se del caso di competenti esterni, sulla base dell'attività svolta nel corso dell'anno relativa a spedizioni extraeuropee comunicate al CISDAE o comparsa sulla stampa sociale consegna, entro il 28 febbraio dell'anno successivo a quello dell'attività svolta, una relazione alla Presidenza generale del CAI con le indicazioni utili all'assegnazione del Riconoscimento. L'assegnazione del medesimo come l'eventuale ripartizione tra più spedizioni è competenza del Consiglio centrale del Club Alpino Italiano”.
Ormai ci abbiamo fatto l'abitudine. Non passa giorno, si può dire, senza che la montagna riceva una nuova ferita perdendo per cause naturali pezzi importanti. L'ultima notizia riguarda il pilastro del Petit Dru nel massiccio del Monte Bianco salito per la prima volta nel 1955 da Walter Bonatti. Quel pilastro di granito non esiste più. Il ghiaccio che per millenni aveva riempito i crepacci sulla cima si sta progressivamente sciogliendo e le rocce sono crollate. Che fare? Rassegnarsi al peggio o cercare con un pizzico di fantasia e d'intraprendenza d'immaginare che qualcosa possa ancora essere fatto per prevenire i dissesti, per conservare ciò che la natura ci vuole togliere? Sull'argomento si esprime nelle pagine dello Scarpone il professor Piero Villaggio, rinomato alpinista accademico e ricercatore del Dipartimento di Ingegneria strutturale dell'Università di Pisa. “Nessuno può realisticamente impedire il ritiro dei ghiacciai, l'avvento di grandi frane dopo un'alluvione, né il crollo di qualche sezione di una via d'alta quota”, scrive Villaggio, fratello del rinomato attore Paolo che fu in gioventù suo compagno di scalate nelle Dolomiti. “Tuttavia certi interventi d'emergenza sono tecnicamente fattibili con poco costo rispetto al loro vantaggio. In alcuni casi basta un piccolo consolidamento del terreno intorno a una torre per rallentare di qualche secolo il crollo, oppure di saldarne eventuali fessure con tiranti pretesi (come è stato proposto per la Gusela del Vescovà nelle Dolomiti Bellunesi). E così pure una grande frana in Valtellina si sarebbe potuta bloccare con una fila di pali come quelli che si mettono alla base dei muraglioni. Se accettiamo il programma degli interventi fattibili è necessario che tutti i frequentatori delle Alpi, e in particolare coloro che usano praticare sistematicamente una certa zona, segnalino tutte quelle piccole mutazioni orografiche che anticipano cedimenti più vasti. E' questo un primo passo per decidere gli eventuali rimedi”. L'invito ai lettori dello Scarpone è d'incoraggiare questa raccolta preliminare di dati. Ma quale sarà la risposta?
Una serie di riflessioni sul tema “Alpinismo in Dolomiti: sicurezza nel rispetto della tradizione” vengono sintetizzate in un documento del Club Alpino Accademico Italiano nelle pagine dello Scarpone a corollario del convegno nazionale svoltosi il 24 settembre al passo Pordoi con la partecipazione di oltre 70 accademici. La relazione introduttiva del presidente del Gruppo orientale, organizzatore del convegno, riguardava la debolezza delle ragioni addotte per giustificare la modifica con perforazione dello stato di chiodatura delle vie alpinistiche storiche. “Questi itinerari tracciati dai nostri padri”, ha sottolineato a sua volta Rolando Larcher, “sono come le macchine d'epoca: vanno mantenute certamente in sicurezza ma con materiali e pezzi di ricambio originali dell'epoca. La scusa della sicurezza sarebbe un grande errore storico”. Al termine del dibattito sono state sintetizzate alcune riflessioni. “Concetti tipo ‘mettere in sicurezza' una via”, si legge, “sono ambigui e pericolosi. Con l'infissione di anelli resinati e/o spit alle soste l'alpinista tende a ritenersi più sicuro ed è portato ad arrampicare con lo stesso spirito con cui ci si muove nelle falesie attrezzate, dove non vige il motto ‘vietato volare'; in realtà le conseguenze, in caso di caduta in montagna, sono sempre drammaticamente più gravi e nulla cambia se la sosta è rinforzata a perforazione in considerazione che il carico dinamico su di essa, se realizzata con due buoni ancoraggi tradizionali, non sarà mai tale da determinarne il collasso”. Il CAAI rivolgendosi quindi a tutto l'ambiente alpinistico auspica che: 1) si sospendano le inutili azioni di perforazione sulle vie classiche invitando nel contempo ogni alpinista esperto a sostituire con chiodi tradizionali e cordini le eventuali protezioni ormai obsolete e malsicure ogni qualvolta si presenti il caso; 2) le scuole di alpinismo riprendano con più energia l'istruzione sull'uso del martello, chiodi attrezzatura di una sosta e, nel contempo, diano anche più spazio alla storia e alla cultura generale dell'alpinismo; 3) si apra un confronto tra le varie generazioni alpinistiche di ogni zona alpina per valutare eventuali interventi di risanamento tradizionale e/o ripristino di situazioni preesistenti.
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