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Direttore responsabile: Pier Giorgio Oliveti
Coordinamento redazionale: Roberto Serafin
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Lo Scarpone - aprile 2006 - © 2006 Club Alpino Italiano
Alta velocità, un importante contributo
Cerro Torre, l'enigma pietrificato
Cani da valanga: da 40 anni in servizio permanente
Insegnare la montagna, il ruolo del CAI
Il giudice alpinista che ha “scalato” l'oceano
A Valenza un gioiello riservato al Club alpino
Lafaille, se la vita continua…
Le Dolomiti e l'invenzione dell'arrampicata
Il festival di Trento tra zero e ottomila
Il problema della Val di Susa e dei nuovi collegamenti transalpini viene affrontato nel notiziario del CAI “Lo Scarpone” attraverso una relazione del professor Fabrizio Bartaletti, docente di geografia all'Università di Genova. Dopo avere espresso riserve sulla prassi con cui è stata gestita la questione sin dall'inizio, lo studioso manifesta “qualche perplessità sul fatto che dopo l'accordo del 1991 le popolazioni della bassa Val di Susa hanno sì costituito delle associazioni (come “Habitat”), promosso decine di convegni e dibattiti a Condove (soprattutto) e a Susa, Borgone, Sant'Ambrogio, Bussoleno ecc, per dire no alla TAV (nel 1997, sono stati effettuati in valle anche una dozzina di attentati, dai contorni peraltro poco chiari) e sensibilizzare l'opinione pubblica, ma non hanno portato avanti con ferma compattezza, per via “istituzionale” (i sindaci più il presidente della Comunità montana), una precisa linea politica su questo tema”. Il quesito più scottante resta ora se la linea ad alta velocità sia utile o no. A questo proposito il professor Bartaletti si dice convinto “che nelle Alpi i tunnel di base come quello del Moncenisio (che mi pare sia il primo bersaglio della contestazione) sicuramente servono; e non è un caso se nel 2007 la Svizzera inaugurerà il tunnel ferroviario di base del Lötschberg, tra Frutigen — in una valle molto bella, tra il Lago di Thun, Adelboden e Kandersteg — e Raron ( 35 km ), che avvicinerà molto Milano a Berna (via Sempione) e alla Renania (ma anche a Parigi); e entro il 2012 (o più verosimilmente il 2015) il tunnel di base del Gottardo ( 57 km ), da Erstfeld (non lontano da Altdorf, la città di Guglielmo Tell) a Bodio, in Val Leventina, che avvicinerà molto Milano a Zurigo (e a Stoccarda)”.
Nel delineare una serie diconclusioni, il professor Bartaletti esprime il parere che la discussa opera si debba fare, ma ad alcune condizioni. “Tra queste l'impegno del governo, vincolante anche per il futuro e debitamente sottoscritto, sul trasferimento di una quota consistente del traffico merci dalla strada alla linea ferroviaria dei Moncenisio; una certa quota del traffico merci (non inferiore al 10% dei volume di traffico complessivo sotto il tunnel stradale del Frejus) dovrà essere comunque istradata su rotaia, nella linea esistente”. Altra condizione suggerita dallo studioso: “I comuni interessati dalla nuova linea del Moncenisio, e la Comunità montana della bassa Valle di Susa, dovranno ricevere ogni anno, a titolo di compensazione, una somma in denaro proporzionale al danno arrecato dalla presenza di una grande infrastruttura a forte impatto ambientale in una vallata alpina ecologicamente delicata, somma ricavabile dall'applicazione al traffico merci su strada e su rotaia in Val di Susa di quella che in Svizzera è chiamata TTPCP (tassa sui trasporti pesanti commisurata alle prestazioni)”.
Dapprima sussurrata tra gli addetti ai lavori, una notizia si è rapidamente diffusa nel momento in cui il fascicolo di aprile dello Scarpone stava per andare in macchina: a Lugano si riunirà in maggio un summit mondiale di scalatori che hanno sperimentato le asprezze del Cerro Torre misurandosi con la sua storia. “Gli unici in effetti con il diritto di esprimersi sulla tragica scalata del '59 conclusa con la morte di Toni Egger e sulle polemiche che in questi 47 anni hanno turbato la comunità alpinistica internazionale”, spiega l'alpinista ticinese Marco Grandi, organizzatore del Festival dei festival che si fa carico di questo pesante fardello. Di un briciolo di serenità in effetti si avverte il bisogno dopo il riaccendersi delle diatribe sulla celeberrima via “Maestri-Egger” tracciata sulla guglia che svetta a 3128 metri nelle Ande della Patagonia. Nel dossier realizzato dal notiziario del Club Alpino Italiano sono raccolte importanti testimonianze, a cominciare da quella di Spiro Dalla Porta-Xydias, presidente degli scrittori di montagna, che difende a spada tratta la scalata compiuta da Cesare Maestri e Toni Egger con il contributo di Cesarino Fava. Di parere diverso la guida alpina di Pinzolo (Trento) Ermanno Salvaterra che vanta, unico al mondo, ben cinque scalate complete al “grido pietrificato”. Su questo enigma senza fine si esprime poi il giornalista Giorgio Spreafico, redattore capo della Provincia di Lecco, in procinto di dare alle stampe nella collana dei Licheni (CDA&Vivalda) un libro/inchiesta molto atteso. Infine l'epopea della conquista viene rivissuta attraverso i giornali dell'epoca da Danilo Fullin, responsabile dell'archivio storico del Corriere della sera.
In questo inverno ricco di neve i cani da valanga del Soccorso alpino hanno compiuto non pochi prodigi. Basti considerare il caso delle otto unità cinofile impiegate con successo venerdì 3 marzo ad Artesina (Cuneo) per risolvere il gravissimo problema di una slavina caduta sul percorso dei campionati mondiali di scialpinismo. Nel 2006 questi meravigliosi amici dell'uomo hanno però un motivo in più per essere omaggiati e coccolati. Si festeggia infatti il quarantennale del primo corso organizzato nel 1966 a Solda (BZ) dal CAI per le Unità cinofile di ricerca in valanga. Prologo a tali festeggiamenti l'evento ospitato l'11 febbraio dal Palamonti di Bergamo. Reduci dal 40° corso del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico svoltosi dal 19 al 28 gennaio al passo del Tonale, alcuni esemplari di cani da valanga hanno affrontato da “professionisti” gli applausi del pubblico lasciandosi coccolare accanto ai “colleghi” della Croce Rossa che alla neve alternano le macerie in caso di malaugurate calamità. Il programma prevedeva una mostra di ingrandimenti tratti da immagini digitali realizzate al Tonale (primo nucleo di fotografie che in seguito verranno messe disposizione delle sezioni del CAI) e la proiezione di un documentario accompagnato dalle parole di Valerio Zani, vicepresidente nazionale del Soccorso alpino, che ha tracciato la storia delle Unità cinofile, nate a Solda dall'iniziativa di don Joseph Hurton, parroco soccorritore, e di Fritz Reinstadler, appassionato cinofilo. Come riferisce il notiziario “Lo Scarpone” la celebrazione delle Unità cinofile si è intrecciata a Bergamo con la presentazione di “Samaritani con la coda”, un libro dei giornalisti milanesi Laura Guardini e Roberto Serafin (Priuli & Verlucca editori) che ricostruisce storie antiche e recenti di cani da salvataggio. Dal volume emerge come la montagna eserciti una particolare attrazione sui nostri amici a quattro zampe. Che talvolta si rivelano alpinisti smaliziati - come Tschingel, cagnetta alpinista del reverendo inglese Coolidge (1850-1926) - e spesso s'improvvisano esperti accompagnatori di bipedi umani. E' il caso di Congedo, un meticcio che “frequentava” volontariamente i corsi della Scuola militare alpina di Aosta prediligendo la compagnia degli allievi anziani. Un “personaggio” di cui ha testimoniato a Bergamo l'ufficiale degli alpini Aldo Maero.
Intensa è come sempre l'attività didattica delle scuole di alpinismo, scialpinismo e arrampicata libera del CAI. Come riferisce il notiziario Lo Scarpone di aprile, 752 sono gli istruttori nazionali di alpinismo attivi, 1.722 gli istruttori nazionali di alpinismo e 4.400 gli aiuto istruttori nazionali di alpinismo. “Possiamo affermare che i corsi nazionali e regionali sono stabili con una leggera diminuzione di allievi candidati”, spiega nella sua relazione il presidente Rolando Canuti. “Così pure i corsi di base segnati da una sostanziale stabilità, intorno ai 6000 allievi, con una certa flessione rispetto al 1998- 2000” . Tre pubblicazioni di grande prestigio, considerate indispensabili, sono intanto a disposizione degli appassionati. Si tratta dei manuali “Sci alpinismo” alla sua 2° edizione e “Alpinismo su ghiaccio e misto”, e del “quaderno” dedicato alla sicurezza sulle vie ferrate curato dalla Commissione scuole insieme con la Commissione materiali e tecniche. Di particolare interesse anche per il modificarsi delle vie di arrampicata ad alta quota in seguito all'evoluzione della meteorologia, il volume su ghiaccio e misto. Rispetto alla precedente edizione (1995) il manuale descrive appunto, oltre all'evoluzione delle tecniche su ghiaccio, anche l'attività su terreno misto. In 15 capitoli c'è tutto quello che occorre sapere su equipaggiamento, attrezzatura alpinistica, imbracatura e nodi principali, catena di assicurazione e normative, progressione di base su neve e ghiaccio, progressione con due attrezzi e introduzione alla piolet traction, progressione individuale su misto, ancoraggi, tecniche di assicurazione in parete, progressione in conserva della cordata, manovre di corda, recuperi da crepaccio, neve e valanghe, preparazione e condotta della salita, richiesta di soccorso. Il libro è corredato da un'esauriente bibliografia e accuratamente illustrato con foto a colori, disegni e schizzi. Come sottolinea nella presentazione il presidente generale Annibale Salsa, il volume si colloca nella nuova linea editoriale che traduce impostazioni grafiche in linea con le nuove strategie della comunicazione bibliografica, sempre più sensibile all'integrazione fra parola e immagine. Il volume, tenuto a battesimo al Congresso nazionale degli istruttori del CAI che si è svolto l'autunno scorso a Lecco, è rivolto agli allievi che partecipano a corsi base e avanzati organizzati dalle scuole di alpinismo e scialpinismo del CAI e a tutti gli istruttori come riferimento essenziale ai fini dell'uniformità didattica.
Con il patrocinio della sezione vicentina del CAI e della Lega Navale è stata presentata il 10 marzo all'auditorium Canneti di Vicenza la nuova avventura di Cecilia Carreri, alpinista e skipper, con l'imbarcazione “Mare Verticale”: il completamento della Transat Jaques Vabre dalla Francia al Brasile, di cui viene offerta una testimonianza ai lettori dello Scarpone. Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Vicenza, la dottoressa Carreri si dedica con uguale entusiasmo e competenza al mare e alla montagna. Vanta scalate impegnative nelle Dolomiti, in California, in Himalaya (un tentativo agli ottomila del Cho Oyu), in Africa (dal Monte Kenia al Tibesti), nelle Ande (in vetta all'Alpamayo). E' socia del CAI, iscritta alla Sezione di Cortina d'Ampezzo. “Ho attraversato l'Oceano Atlantico partendo da Le Havre in Francia fino a Salvador de Bahia in Brasile e ritorno, circa 9 mila miglia di navigazione dal 5 novembre al 21 dicembre”, spiega Cecilia Carreri, che così prosegue: “Perché ho battezzato la barca ‘Mare Verticale'? In realtà ho vissuto la montagna sempre con grande passione e impegno, sia nelle scalate su roccia, sia nelle spedizioni in Himalaya, sia sui ghiacciai delle Alpi. Poi è maturato il desiderio di grandi spazi orizzontali, della grande navigazione, prima nel Mediterraneo poi nell'Oceano. Mare verticale sta quindi a significare le difficoltà estreme del rapporto con la natura, con la grande montagna, con il grande mare. Venendo dall'alpinismo ho scelto un tipo di navigazione che ricorda l'impegno, l'esplorazione, le difficoltà della montagna: una barca essenziale, il mare aperto, una navigazione tecnica, molti strumenti elettronici. Anche la navigazione è un'esperienza dura e difficile, anche il mare è verticale come la montagna. L'Oceano è un deserto senza inizio né fine, un continente d'acqua sul quale la barca vola a velocità folle, inarrestabile, immergendo la prua sott'acqua sotto la spinta di onde grandissime. La notte e il giorno si confondono in un unico spazio temporale in cui il sonno dura tre o quattro ore al massimo, il fisico è impegnato in sforzi e pesi enormi…”.
A Valenza, tra i più importanti centri in Italia per la lavorazione artigianale della gioielleria, appare quasi scontato che anche la realizzazione della nuova sede del Club Alpino Italiano sia il dono più bello di una famiglia di orafi, particolarmente generosi e sensibili ai problemi dell'associazionismo. L'intestazione del sodalizio al compianto Davide Guerci spiega anche il doloroso retroscena di questo gesto dei genitori Rosalba e Luigi che assicura al CAI cittadino una posizione di assoluto privilegio. Quattro anni fa Davide scomparve sulle pareti dei Titani nei pressi del rifugio Dalmazzi al Monte Bianco. Oggi è una giovane ed esperta alpinista, Maria Bajardi, a reggere la presidenza di questa sezione di 300 soci e giustificato è il suo compiacimento per le prospettive che si aprono. Come riferisce Lo Scarpone in una corrispondenza da Valenza, la sezione, saldamente innestata nel tessuto sociale della città, è in netta espansione alla luce delle potenzialità offerte dalla nuova sede attuata con un accordo tra il CAI e il Comune. Oltre agli uffici destinati alla sede della sezione locale, l'opera dispone di una grande palestra di arrampicata, compreso uno spazio-arrampicata per bambini. Inoltre possiede un ampio locale per la Biblioteca della montagna e della natura che offre in lettura di un migliaio di volumi, tutti donati dalla famiglia Guerci. Infine una sala con 70 posti è dedicata alle conferenze e ad attività polivalenti e un moderno bar completa le attrattive per chi desidera trascorrere qui il suo tempo libero.
Attorno si estende un vasto giardino con percorsi-vita e dalla sede partono sentieri in corso di segnaletica, parte di una vasta rete di percorsi che spaziano dalle colline al Po.
Questa volta il piccolo grande francese Jean Christophe Lafaille non ce l'ha fatta a sopravvivere come era successo miracolosamente nel 1992 all'Annapurna. Si è volatilizzato alla fine di gennaio mentre tentava la prima invernale al Makalu, il “Grande Nero”, 8500 metri . In solitaria, come era abituato a fare. Sabato 11 febbraio sua moglie Katia che lo aveva accompagnato in Nepal per questa nuova avventura ha malinconicamente annunciato sul sito www.jclafaille.com che le ricerche erano state sospese. Un esempio di stoica saggezza per una donna che sul conto della sua vita affettiva aveva messo anche questa ipotesi estrema. “La vita ha delle ragioni che la ragione ignora”, sono le parole della signora Lafaille nella home page. “Oggi comincia per me un nuovo viaggio e spero di poterlo raccontare su questo sito che continuerà a esistere in memoria di mio marito”. Nato a Gap nelle Hautes Alpes il 31 marzo 1965, Lafaille era un irreprensibile professionista della montagna. Insegnava all'ENSA (Ecole nazionale de ski et alpinisme) di Chamonix, un'istituzione di livello mondiale. Lo Scarpone lo ricorda come “dotato di grande versatilità su tutti i terreni, da tempo considerato tra i grandi interpreti dell'alpinismo moderno, amato e stimato nel difficile ambiente dell'avventura in alta quota”.
Negli ultimi decenni del XIX secolo, completata la conquista delle cime maggiori si inventavano nelle Dolomiti nuovi obiettivi per il “gioco” dell'alpinismo. Abbandonate le motivazioni pseudo-scientifiche che in qualche modo avevano giustificato le prime salite alle cime più alte delle Alpi, l'alpinismo si affermava come un'attività che nasceva dal desiderio dell'uomo di confrontarsi con il non conosciuto e la natura selvaggia. Ora, come riferisce Lo Scarpone, il Comune di Bolzano ha deciso di rivolgere l'attenzione verso questo periodo pionieristico con una mostra fotografica che sarà inaugurata a Bolzano il 31 maggio e resterà aperta fino agli inizi di settembre. Nella mostra, intitolata “Alpinismo acrobatico, le Dolomiti e l'invenzione dell'arrampicata”, verranno proposte più di 60 fotografie di tre fotografi alpinisti che operarono in zona negli stessi anni: Guido Rey, autore del libro che dà il titolo alla mostra e che dischiuse al ristretto pubblico degli alpinisti il mondo dell'arrampicata, definita acrobatica appunto; Emil Terschak, fotografo viennese che si trasferì prima a Ortisei e poi a Cortina tra il XIX e il XX secolo; Joseph March, fotografo attivo sulla piazza di Bressanone. La mostra, a cura di Augusto Golin, sarà accompagnata da un catalogo con la prefazione di Reinhold Messner e contributi di Giuseppe Garimoldi, Paola Lugo e Hans Heiss.
Accolto al Centro Santa Chiara da un gigantesco simulacro del Cerro Torre, il “grido pietrificato” che da mezzo secolo occupa la scena dell'immaginario collettivo alpinistico, lo spettatore del 54° Trentofilmfestival in programma dal 29 aprile al 7 maggio correrà un solo piacevole rischio: quello di fare un'abbuffata di scalate, trascinato in alta quota da protagonisti di ieri e di oggi in un frenetico rincorrersi di appuntamenti o, come si dice, di eventi. Sarà un festival da non perdere per chi mangia pane e montagna quello uscito dal cappello a cilindro del direttore artistico Maurizio Nichetti con il contributo degli esperti del Club Alpino Italiano che questa rassegna ha fortemente voluto fin dai remoti anni Cinquanta. Fra tutti svetta, è il caso di dirlo, il sommo Kurt Diemberger, quest'anno testimonial con una serata tutta per lui venerdì 5 maggio all'Auditorium Santa Chiara. Socio onorario del CAI, recente autore di “Passi verso l'ignoto” (Corbaccio editore), unico uomo ad avere violato due vette di ottomila metri (il Dhaulagiri e il Broad Peak), il grande salisburghese avrà molto da raccontare della sua fantastica carriera tra zero e ottomila, costellata di soddisfazioni ma anche di tragedie come l'odissea di vent'anni fa al K2 dove lasciò per sempre all'ultimo campo la compagna d'avventura Julie Tullis. Come anticipa il notiziario Lo Scarpone, tutta in chiave arrampicatoria sarà l'apertura della rassegna dedicata al cinema di montagna, esplorazione e avventura, affidata alle coreografie eseguite su una parete verticale dal gruppo svizzero Danse verticale all'Auditorium Santa Chiara. Una certa curiosità suscita anche domenica 30 aprile “XX mila leghe sopra il mare”, spettacolo multimediale del vicentino Alberto Peruffo su una spedizione da lui guidata alla vetta del Rakaposhi (Himalaya indiano). L'evento anticiperà quelli dedicati all'alpinismo nella seconda parte della rassegna, quando i protagonisti dei maggiori exploit alpinistici dell'anno si avvicenderanno (giovedì 4 maggio) in una non stop sul palco dell'Auditorium Santa Chiara raccontando con l'aiuto di video e immagini le loro esperienze.
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