La crisi politica del XVI secolo e la successiva decadenza
A segnare un altro momento capitale della storia della città di Aosta e del territorio circostante è l'anno 1536. In
guerra contro l'impero ispano-asburgico guidato da Carlo V, l'esercito di Francesco I, re di Francia, invade la Savoia,
occupa Chambéry e da qui dilaga nel Piemonte. A nord delle Alpi le truppe dei protestanti bernesi occupano i cantoni del
Vallese e di Vaud, anch'essi possedimenti sabaudi; la città di Ginevra insorge e caccia i rappresentanti ducali ed il
vescovo, abbracciando la riforma protestante ed in particolare il calvinismo. Il ducato di Savoia di fatto non esiste
più. Solo la Valle d'Aosta resta indenne da invasioni e sommosse, ma sembra solo una questione di tempo: infatti i
predicatori riformisti hanno cominciato la loro opera e già le parrocchie di Torgnon ed Antey sono state colpite
dall'interdetto dell'autorità ecclesiastica a causa della loro "simpatia" verso le nuove dottrine. Anche alcuni nobili
e borghesi della città sono stati conquistati dalla Riforma. E' giunto dunque il momento della "scelta di campo".
In una memorabile sessione degli Stati Generali, convocata l'ultimo giorno di febbraio del 1536, l'assemblea sceglie,
sembra all'unanimità, di rimanere fedele alla causa sabauda e con essa alla religione cattolica; nomina un comitato
esecutivo che denomina Conseil des Commis; forma una milizia locale e dà mandato ad una delegazione di stipulare
accordi di neutralità e di non belligeranza con gli stati confinanti. Formalmente manca solo la dichiarazione
d'indipendenza per avere un nuovo staterello o un nuovo cantone da federare ai vicini svizzeri.
Se da un lato la guerra generale non tocca la Valle d'Aosta grazie alla sua politica indipendente ed equidistante dalle
nazioni in lotta, in pratica ne mette in ginocchio l'economia, in particolare quella del capoluogo, che si era orientato
sui traffici commerciali e sullo sviluppo dell'artigianato. La strada delle Gallie viene progressivamente abbandonata, i
borghi decadono e l'economia si ripiega su sé stessa. Né vale a risollevare le sorti la restaurazione del dominio
sabaudo dopo il trattato di Cateau-Cambrésis (1559). Il neo duca Emanuele Filiberto in un primo momento sembra premiare
la fedeltà dei valdostani autorizzando una specie di autogoverno, ma di fatto tende a rosicchiarne l'autonomia ed a
soffocarli di imposte e dazi. E' questo il filo conduttore della politica dei Savoia per i secoli successivi, fino al
loro trionfo finale ottenuto con la soppressione dell'ormai inutile Conseil des Commis alla fine del XVIII secolo.
Ad aggravare la situazione si aggiungono la terribile peste del 1630, che falcidia i due terzi della popolazione della
regione, e l'inizio della cosiddetta "piccola glaciazione": un sensibile raffreddamento del clima con conseguenze
disastrose sui raccolti e sugli ultimi traffici transfrontalieri. La marginalizzazione della regione porta come
conseguenza anche una minore circolazione della cultura, che di fatto diventa monopolio del clero: esso gestisce le
uniche scuole esistenti, che solo a partire dal 1655 si rivolgono anche ad un'élite femminile, grazie all'insediamento
in città delle Canonichesse di Lorena (nella casa all'angolo sud-est dell'odierna piazza Chanoux).
Non mancano alcune nuove costruzioni: il Palazzo Roncas (ostinatamente ancora oggi adibito a caserma dei Carabinieri),
l'Hospice de Charité (ora Biblioteca Regionale) realizzato grazie al lascito di Boniface Festaz, l'Hôtel des
États concepito come sede del Conseil des Commis (ora adiacente al municipio); mentre in campo religioso segnaliamo la
chiesa di Santa Croce, quella di Saint-Martin-de-Corléans (non l'attuale a forma di pagoda!), quella del collegio di
Saint-Bénin (ora sede di esposizioni d'arte), la ricostruzione di Saint-Étienne e del vescovado.
Secondo il "testimone oculare" Jean-Baptiste De Tillier, per più di quarant'anni segretario del Conseil des Commis, nonché uno dei
principali storici valdostani di tutti i tempi, lo spettacolo che offre la città di Aosta all'inizio del settecento è
ben misero: la maggior parte delle case è costruita senza alcun criterio urbanistico e molte sono quelle provviste di
stalle per il bestiame, con le prevedibili conseguenze sulla loro igiene e su quella dei vari viottoli circostanti.
All'interno della cerchia muraria è maggiore lo spazio occupato da orti e frutteti rispetto a quello abitativo, segno di
un clamoroso calo demografico rispetto all'antichità. La strada principale, allora come oggi quella che dalla Porta
Pretoria raggiunge la Croce di Città, appare sovente deserta, non tanto a causa dell'esiguo numero di persone agiate che
vi risiede, quanto per colpa di una vera e propria mancanza di società civile. («La solitude cependant y regne
presque toujours, non pas tant par le petit nombre de familles aisées dont elle est habitée, que par le défaut, si on me
permet de le dire, de la société civile avec laquelle on y vit». J.-B. De Tillier, Historique de la Vallée d'Aoste,
Aosta 1966, pp.117-118).
La popolazione residente all'inizio del XVIII secolo è infatti precipitata a circa 2800
persone; le famiglie benestanti non superano la quindicina; il numero dei mendicanti è considerato "prodigioso" anche
secondo i pur elastici standard dell'epoca. Il clero costituisce una presenza massiccia, forse perché può offrire una
minima sicurezza economica ai suoi appartenenti: occupa circa la metà del territorio cittadino e la sua consistenza
numerica è valutabile intorno al dieci per cento degli abitanti. Possiamo dunque affermare che a conclusione di duecento
anni complessivamente negativi (1550-1750) la città di Aosta ha toccato il punto minimo in prosperità e prestigio:
avendo toccato il fondo non le resta che risalire la china.
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