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La tradizione racconta che la Fiera di Sant'Orso
deve i suoi natali proprio al santo, che usava distribuire degli zoccoli di
legno ai poveri, una volta all'anno, là dove sorgeva la chiesa in cui egli
stesso officiava: il tempio paleocristiano di fronte all'odierna chiesa di
Sant'Orso. Naturalmente non vi sono prove storiche di questo fatto, come pure
non si può risalire con certezza alla data della prima vera e propria fiera:
di certo si sa che è molto antica e per convenzione si è stabilito come anno
di nascita il 1000.
Nel 1234 appare una regolamentazione a firma del conte Amedeo IV di Savoia:
si stabilisce che il limite temporale della fiera è posto tra le 8 del mattino
ed il tramonto del 31 gennaio, mentre quello territoriale comprende lo spazio
dedicato al mercato detto della Grenette presso la Porta Pretoria (allora
chiamata de la Trinité) ed il ponticello (ponteille Bovarnier)
che aiutava a superare il ruscello che ora scorre interrato una decina di
metri ad est della porta stessa. La via che porta all'Arco di Augusto, ora
via S. Anselmo, era denominata rue Bovarnier (o Bovernay secondo il
De Tillier) ed era piuttosto malfamata; terminava con una ulteriore porta,
probabilmente in legno, denominata Chaffa, all'altezza dell'odierno
numero civico 98. Per oltrepassarla con delle merci bisognava pagare un dazio:
unica eccezione il giorno della fiera.
Dopo la peste del 1630, che sterminò circa i due terzi della popolazione valdostana,
la fiera perse di importanza, anche perché l'evoluzione delle tecniche di
produzione favorì l'importazione dal Piemonte di oggetti di uso comune durante
tutto l'anno, realizzati con altri materiali, come le leghe metalliche o la
terracotta, più funzionali del tradizionale legno locale.
Ma la tradizione della fiera, legata anche alla devozione al santo, non si
è mai spenta, anzi, negli ultimi decenni ha subito una spinta propulsiva tale
da far alzare più di una voce in difesa della "tipicità" e del "contingentamento"
degli espositori.
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