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Il gipeto spicca il volo sulle Alpi

Articolo di:

direttore editoriale al WWF internazionale a Ginevra

Traduzione Sergio Savoia

Gypaetus barbatus - © WWF-Canon / Mark SCHULMAN
(Gypaetus barbatus) - © WWF-Canon / Mark SCHULMAN IMAGE

Dal 1987 nelle Alpi sono stati rilasciati centotrentasette giovani esemplari allevati in cattività. Il progetto finanziato anche dal WWF ha permesso di seguire i movimenti dei gipeti anche in Italia.

Sul lago di Ginevra l'apparizione di un nibbio è un evento ormai banale. Lo stesso non si può certo dire per il suo alato e carnivoro collega al lato opposto della Svizzera, che si trova invece ormai sull'orlo dell'estinzione.

Il gipeto, e in genere gli animali che si cibano di carogne (come le iene, gli sciacalli e gli squali) hanno una pessima reputazione. Dipinto sempre come il cattivo dei pascoli alpini, è stato a lungo considerato un predatore feroce e accusato, a torto, di scendere in picchiata dal cielo per afferrare agnelli al pascolo o addirittura bambini che si comportavano male o si allontanavano troppo da casa. Ancora oggi in Svizzera viene chiamato con il suo nome tradizionale, lammergeier, ossia “l'avvoltoio degli agnelli”: non sorprende dunque che contadini e pastori non abbiano mai avuto molta tolleranza nei suoi confronti e abbiano cercato di abbatterlo ogni volta che se ne presentava l'occasione. Il che succedeva spesso. Alla fine del XIX secolo, il gipeto (Gypaetus barbatus) venne praticamente sterminato nelle Alpi, dove l'ultimo individuo dovrebbe essere stato ucciso nel 1913 in Valle d'Aosta.

Quasi cento anni dopo, questi atteggiamenti sono cambiati e si stanno compiendo degli sforzi per restituire a questo uccello, vittima di pregiudizi atavici, il ruolo e il posto che gli spettano nel fragile ecosistema alpino.

Checché se ne dica, il gipeto non va a caccia di agnellini e tanto meno di bambini cattivi. Anzi, come spesso succede con gli animali saprofagi, il gipeto è piuttosto difficile in quanto a gusti alimentari e preferisce di gran lunga le ossa alla carne.

“Ci sono voluti molti anni, ma l'immagine del gipeto è sicuramente migliorata”, dice il dottor Heinrich Haller, direttore del Parco Nazionale Svizzero, dove la reintroduzione di giovani gipeti è ormai diventata un rito annuale. “Per quel che possiamo rilevare noi, i gipeti non creano nessun danno al parco e sono una specie ideale per la reintroduzione.”

Un atteggiamento positivo dell'opinione pubblica che non si ritrova, invece, nel caso di altre specie alpine che una volta popolavano questa regione, e molte altre zone delle Alpi, come l'orso bruno, la lince e il lupo.

Sistemato in una splendida posizione all'estremo est della Svizzera, nel cantone trilingue (tedesco, italiano e romancio) dei Grigioni, il Parco Nazionale Svizzero – fondato nel 1914, l'anno dopo che l'ultimo gipeto era uscito di scena – rappresenta, con i suoi 172 km quadrati, l'area protetta più estesa in Svizzera. La caccia vi è proibita, come lo sono il taglio dei boschi o dei prati. Secondo la legislazione svizzera l'intera flora e fauna del parco sono protette da qualsiasi intervento umano e sono lasciate al loro sviluppo naturale. Di conseguenza, le trenta specie di mammiferi del parco, inclusi stambecchi, camosci, cervi e marmotte e le oltre cento specie di uccelli prosperano in totale sicurezza.

Per questo motivo il parco è stato identificato come luogo ideale per la reintroduzione.

Folio e Natura non sono proprio le creaturine più dolci su cui possiate posare gli occhi: sono di un bianco sporco tendente al bruno chiaro, la loro schiena mostra una sorta di gobba e portano il distintivo ciuffo di pelli simile a un pizzetto, sebbene siano entrambe femmine.

A poco più di cento giorni di età, per loro è già giunto il momento di allontanarsi dai genitori e affrontare il mondo da soli, magari con l'aiuto di coloro che lavorano per il recupero di questa specie minacciata.

I due giovani gipeti, di circa sei chili e con un'apertura alare di 2,6 metri, rientrano nell'ambito di un progetto di reintroduzione iniziato più di venticinque anni fa e che continua tuttora . Diretto dalla Fondazione per la Conservazione del Gipeto (FCG) e sostenuto anche dal WWF, che ne è stato parte integrante dall'inizio, il progetto prevede il rilascio di alcuni giovani esemplari di gipeto ogni anno a partire da una serie di centri di allevamento e zoo in tutta Europa e il loro susseguente monitoraggio.

Secondo Daniel Hegglin, un biologo che lavora per la Fondazione Svizzera Gipeto, dal 1987 nelle Alpi sono stati rilasciati centotrentasette giovani esemplari allevati in cattività. Dal 1991 ventiquattro ne sono stati liberati nella sola valle di Stabelchod, nel Parco Nazionale Svizzero.

Gypaetus barbatus - © WWF-Canon / Mark SCHULMAN
Alcune guardie del Parco Nazionale Svizzero trasportano i giovani gipeti in speciali casse di legno per il rilascio nelle Alpi svizzere. Valle di Stabelchod, Grigioni. © WWF-Canon / Mark Schulman

Anche se sono protetti dalla legge, non tutti riusciranno ad adattarsi a vivere allo stato naturale. Si ritiene che la popolazione attuale sia intorno alle centodieci unità: molti sono rimasti vittime di esche avvelenate (preparate per altri animali), o di urti contro linee dell'alta tensione o, ancora, sono stati travolti dalle valanghe. Alcuni sono stati uccisi da cacciatori, anche se si tratta di incidenti isolati. Di regola i gipeti vengono lasciati tranquilli.

“Nonostante queste perdite, siamo ottimisti e pensiamo che avremo una popolazione alpina autonoma in pochi anni”, dice Hegglin. “Attualmente ci sono sette coppie per un totale di sette nuove nascite solo l'anno scorso. Una cosa di cui siamo molto felici.”

Inoltre, ogni anno sette, otto giovani gipeti vengono rilasciati in quattro siti alpini - oltre al Parco Nazionale Svizzero, anche in riserve naturali in Italia, Francia e Austria - tutti situati ad una distanza di 200-300 km l'uno dall'altro.

“I gipeti non tengono in grande considerazione le frontiere politiche”, aggiunge Hegglin. “Il fatto che siano rilasciati in un paese non significa che rimarranno lì. Volano ovunque pensano di poter trovare cibo.”

Gypaetus barbatus - © WWF-Canon / Mark SCHULMAN
Trasporto dei Gipeti durante la reintroduzione nel Parco Nazionale Svizzero - © WWF-Canon / Mark SCHULMAN IMAGE

Independence day

Non si sarebbe potuta desiderare giorno migliore di questo sabato di giugno per vedere Folio e Natura prendere il volo nelle montagne . Il sole brilla, il cielo è del tutto privo di nuvole. Macchie di neve si intravedono oltre la linea degli alberi, verso i duemila metri, a ricordarci che nelle Alpi l'estate è breve.

“Il momento più critico per i gipeti sarà il loro primo inverno”, dice Hegglin. “Dovranno cavarsela da soli.”

Il gipeto è un uccello molto schizzinoso: la sua dieta è composta quasi interamente di ossa di animali morti. È in grado di ingoiare una vertebra di pecora o una gamba di camoscio intere. Le ossa più grandi vengono lasciate cadere in volo da un'altezza di 50 o 100 metri, per fracassarle contro le rocce, in modo che il gipeto possa poi cibarsi dei frammenti e soprattutto del midollo osseo, molto nutriente.

“Anche gli esemplari allevati in cattività sviluppano presto questa tecnica”, aggiunge Hegglin. “Sembra proprio che sia una caratteristica innata.”

Ma gli individui giovani appena liberati, prima di abbandonarsi alle acrobazie, devono soprattutto imparare a volare. Dopo essere stati trasportati a dorso di spalla fino a una grotta isolata, grazie a uno zaino appositamente concepito, i responsabili del parco continueranno a nutrirli per parecchie settimane fino al loro primo volo. Dopo di che i gipeti dovranno cavarsela da soli.

Ma anche dopo aver finalmente spiccato il volo, i due gipeti non verranno mai persi di vista, grazie a piccoli trasmettitori satellitari. Inoltre il loro genotipo è registrato, tramite una campionatura del DNA e fornisce agli studiosi una carta d'identità con il sesso e i dati biologici. Grazie alla presenza di impronte genetiche sul terreno, quali piume o gusci di uova, specifici individui possono essere identificati e, tramite ciò, si possono ricostruire le genealogie.

“Vogliamo sapere che cosa succede loro in natura”, spiega Doris Calegari, coordinatrice del lavoro sulle specie animali per il Programma Europeo delle Alpi del WWF. “Ci interessa sapere dove vanno e che distanze riescono a percorrere.”

“Il programma di telemetria satellitare ci dà informazioni sulle distanze coperte dagli individui giovani, le regioni che preferiscono, oltre ad informarci sui pericoli che li minacciano. Nel passato, prima dell'avvento dei trasmettitori, molti scomparivano e non se ne aveva più notizia.”

Sebbene sia ancora agli inizi e, nonostante si potesse contare in passato solo su apparecchiature radio relativamente efficaci, il progetto di monitoraggio finanziato dal WWF ha permesso di seguire i movimenti dei gipeti fino al passo del Reschen in Austria e fino all'Adamello in Italia. Si ritiene che con il nuovo sistema satellitare sarà possibile seguire i gipeti per tutta la grande estensione del loro territorio.

“È un buon segno constatare come stiano ripopolando parti molti diverse delle Alpi”, aggiunge Calegari. “Penso che nei prossimi anni ci saranno altri rilasci, ma poi i progetto verrà gradatamente abbandonato, con lo stabilizzarsi delle popolazioni. Noi abbiamo fatto il nostro lavoro e adesso tocca al gipeto affrontare l'ignoto.”

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