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Premio Saint - Vincent per i professionisti della montagna.

Prima edizione
Venerdì 7 marzo ore 20.30
Sala Gran Paradiso, Centro Congressi de Grand Hôtel Billia, Saint-Vincent - Valle d’Aosta

Articolo di:

Hervé Barmasse
Hervé Barmasse

Grolla d’oro
per la migliore realizzazione alpinistica internazionale di una guida alpina a:
VALERY BABANOV

Per la salita della nuova via sull’inviolato pilastro Ovest dello Jannu (7710 m - Himalaya) compiuta, assieme a Sergey Kofanov, dal 14 al 21 ottobre 2007. Con questa salita Valery Babanov ha realizzato un sogno che inseguiva da sette anni e, allo stesso tempo, ha risolto uno dei più estetici “problemi” dell’Himalaya, su una grande montagna riconosciuta da tutti come tra le più belle in assoluto. Lo stile leggero, le alte difficoltà (VI/WI4+/80° ghiaccio/M5) affrontate in perfetto stile alpino e la complessità della via che riunisce, nei suoi 3000 metri di sviluppo, roccia, ghiaccio e misto ne fanno una delle più belle e importanti realizzazioni degli ultimi anni.

Valery Babanov
Con il passare del tempo, s’inizia a capire che non ci sono limiti. Tutti i limiti che esistono, sono solo nelle nostre menti. La scelta è nostra, sempre, e solo questa scelta, e non altro, definisce tutto il nostro futuro.” Valery Babanof

Valery Babanov, classe 1964, nato ad Omsk in terra di Russia, è uno dei più grandi alpinisti del mondo. Dal suo battesimo alpinistico nel 1980, questo piccolo grande uomo delle montagne ha dimostrato tutta la sua creatività e capacità di adattarsi a tutti i terreni verticali. Al suo attivo conta più di 600 salite, moltissime di alta difficoltà, sia sulle pareti granitiche delle Alpi ed in particolare del Monte Bianco, sia sulle grandi montagne della terra. A cominciare dalle sue otto volte sulla vetta di montagne di oltre 7000 metri nella ex Repubblica Sovietica, fino alle grandi vette dell’Himalaya e del Nord America, Babanov ha sempre dimostrato di credere in un alpinismo al limite e sempre molto personale che ha esplorato nuovi terreni e nuove vie ma anche diversi modi di affrontare la salita, da solo o legato in cordata. Tra le sue molte salite di altissimo livello basti citare la sequenza impressionante di solitarie. A cominciare dalla Direttissima Americana al Petit Dru (Monte Bianco) del 1995 e di Zodiac sul Capitan (Yosemite Valley, Stati Uniti) nel 1996. Per continuare, nel 1999, ancora sul Monte Bianco e ancora in solitaria, con la nuova via aperta sulla parete Nord delle Grande Jorasess e, nello stesso anno, l’apertura solitaria della nuova via sul Mt.Barille in Alaska. Seguono, nel 2001, la bellissima solitaria sul Peak Meru (6310m) - per la quale ha ricevuto il Piolet d’or - e quella del 2006 con la nuova via aperta sul Chomo Lonzo North (7200m) in Himalaya.
Tra le salite in cordata va senz’altro ricordata l’impresa compiuta nel 2003 con l’apertura, insieme a Yuri Koshelenko, della via sul Nuptse Est, per la quale ha ricevuto per la seconda volta il Piolet d’or. Non va dimenticata anche la nuova via nel 2005 sulla parete Sud Ovest del Mc Kinley (6200m) in Alaska. Come va sottolineato che la sua attività ha sempre spaziato tanto su roccia quanto su ghiaccio e misto. Ne è un esempio proprio l’ultima sua realizzazione: la salita della nuova via sull’inviolato pilastro Ovest dello Jannu per la quale gli è stata assegnata la Grolla d’oro della prima edizione del Premio St Vincent, per la migliore realizzazione alpinistica internazionale di una guida alpina,.
Oltre all’eccezionale valore tecnico delle sue salite, ciò che colpisce nell’alpinismo di Babanov non è solo la costanza nel mantenere e proporre una visione che predilige, sperimenta ed esplora costantemente tutte le variabili della “leggerezza” del più puro stile alpino, ma anche la capacità di proporsi all’attenzione della comunità alpinistica internazionale unicamente con l’azione praticata sul campo ad altissimo livello. Certo è un uomo e un alpinista di poche parole Valery Babanov ma di grandi fatti e soprattutto con una immensa passione per la montagna. Una passione, che sconfina in pura dedizione, che l’ha spinto nel 2002 a conseguire, unico alpinista russo, il diploma internazionale UIAGM di Guida alpina.

Grolla d’oro
per la migliore realizzazione alpinistica internazionale di una guida alpina valdostana
HERVÉ BARMASSE

Per la prima salita solitaria e prima ripetizione, del 16 aprile 2007, della direttissima sulla parete sud del Cervino aperta dal padre Marco, con Walter Cazzanelli e Vittorio De Tuoni, nel 1983. Un’esperienza che testimonia come l’alpinismo e la professione di guida alpina continuino ad essere radicate nella cultura e nella tradizione della Valle d’Aosta e di tutte le montagne del mondo. Un “sapere” che viene trasmesso di padre in figlio e che le nuove generazioni arricchiscono e rinnovano con nuove esperienze ed idee.

Hervé Barmasse
Per me l’alpinismo è avventura e sulla sud del Cervino, slegato su roccia non proprio solida ed immerso in una grande parete, devo dire che l’ho assaporata…” Hervé Barmasse

Guida alpina di Valtournenche, maestro di sci e snowboard e “figlio d’arte” da quattro generazioni, Hervé Barmasse ha sposato la stessa professione del padre Marco e della sua famiglia da cui ha sicuramente ereditato la passione per l’alpinismo e per la montagna di “casa”, il Cervino. E’ un “testimone” che il trentenne alpinista valdostano, fortissimo climber e conduttore per la Rai di trasmissioni dedicate alla montagna, ha sempre cercato di re-interpretare con un’esperienza che lo ha portato a percorrere sia le grandi pareti alpine sia quelle extraeuropee. Tra queste vanno ricordate nel 2004 le nuove vie sullo Scudo del Chogolisa (5700 m) e sullo Sheep Peack (6300 m) in Pakistan. Un’esperienza che è proseguita nel 2005 con le due vie nuove, aperte con i compagni della spedizione Trip One Karakorum, sullo Scudo del Chogolisa (5300m) e sull’inviolato Peak 5500. Mentre è del 2006 la nuova via di ghiaccio e misto sull'inviolata nord del San Lorenzo in Patagonia, salita con Bernasconi, Lanfranchi e Ongaro. Tra le molte sue salite va citata la prima invernale e prima ripetizione con Massimo Farina della difficile via Padre Pio sulla parete sud del Cervino. E, sempre sulla stessa parete sud del Cervino, non può essere dimenticato il suo bellissimo poker di prime salite solitarie iniziato sulla Casarotto-Grassi nel 2002, e poi proseguito con la via Deffeyes (2005), la via Machetto (2007) e quella prima solitaria e prima ripetizione della direttissima aperta dal padre che gli è valsa la Grolla d’oro della prima edizione del Premio Saint – Vincent. E’ un riconoscimento che si aggiunge ai due Premi Paolo Consiglio, ricevuti dal Cai per la spedizione in Karakorum del 2005 e per la nuova via sul San Lorenzo. E che arriva a pochi giorni da una storica salita di cui è stato protagonista insieme a Cristian Brenna: l’apertura di una nuova via sulla parete Nord Ovest del Cerro Piergiorgio, in Patagonia.

Hervé Barmasse è sicuramente uno degli esempi di come il “giovane” alpinismo possa confrontarsi con il passato rispettandolo e proponendone nuove visioni, come ben risulta in questa intervista rilasciata dopo la solitaria sulla sud del Cervino: La direttissima sulla sud del Cervino è una gran corsa che parte da 2900 metri e arriva ai 4478 della vetta dopo 1500 metri. Un’autentica “grand course”, quasi d’altri tempi… che Hervé Barmasse ha interpretato sul filo del ricordo e forse del 'déjà vu'.
“Era da un po’ che l’idea mi frullava per la testa… mi sembrava strano che su una via così e su una parete come la sud del Cervino non ci fosse più andato nessuno.”, spiega Hervé. “D’altra parte per me il Cervino è la montagna di casa, e la sud si può dire che faccia parte dei miei orizzonti da quando sono nato: è sempre lì, presente come una compagna di tutte le mie giornate. Una parete immensa, solitaria e tutta per me…”.
La sud come una storia di una vita, ma anche una storia famigliare. Tuo padre sapeva che volevi ripetere la sua via? “Glielo avevo accennato un po’ di tempo fa, ma non gli ho chiesto informazioni. Lui quella volta si è limitato a dirmi di portare la corda e non fare come il mio solito. Era un buon consiglio… anche se alla fine la corda l’ho usata solo per recuperare lo zaino e soprattutto per andare a sbloccarlo in un punto dove si era incastrato”.
Te l’aspettavi così? “In gran parte sì, anche se avevo preventivato di salirla in 5-6 ore che poi in realtà sono diventate 8… Un paio di volte sono anche tornato indietro per trovare la via più giusta. Non so neanche se ho seguito perfettamente la via dei primi salitori… quando mio padre torna dal Nepal voglio chiederglielo, come dicevo non gli ho chiesto informazioni…”. Come mai hai ripercorso le orme di tuo padre, forse per emularlo o per sfidarlo? “No, per sfidarlo assolutamente, no. Ho rispetto per mio padre, ma come tutti i figli voglio fare le mie esperienze, provare da solo per re-interpretare le sue tracce”.
Com’è nata la decisione di partire? “Si sa come vanno queste cose, l’idea c’era, il tempo si era messo al bello e io avevo bisogno di confrontarmi con me stesso e con la montagna. Avevo bisogno di affrontare un’incognita: e questa via lo era. Così sono partito per la sud”.
Alla fine cosa ti ha lasciato questa via? “Soprattutto la soddisfazione di aver fatto quello che volevo. Ho aggiunto un altro tassello alla mia esperienza con la montagna e l’alpinismo. Un’esperienza pensando al poi…”.
Estratto da un’intervista a Planetmountain.com

Grolla d’oro
per la migliore realizzazione professionale legata al mondo dell’alpinismo della categoria dei “professionisti in uniforme” al:
CENTRO ADDESTRAMENTO ALPINO

per la spedizione in Antartide degli appartenenti al Gruppo Militare di Alta Montagna del Centro Addestramento Alpino: i Primi Marescialli Ettore Taufer e Giovanni Amort, il Maresciallo Capo Elio Sganga ed il Caporale VFP4 Marco Farina, che hanno raggiunto i 4.897 metri della vetta del Monte Vinson dopo aver compiuto la traversata di avvicinamento alla più alta montagna del Continente Antartico coprendo una distanza di circa 270 chilometri utilizzando gli sci, in piena autonomia e per un tracciato mai prima percorso. Un’esperienza che, a chiusura dell’anno Polare Internazionale, si è distinta oltre che per il valore alpinistico anche per gli alti contenuti esplorativi e per lo stile ecosostenibile adottato.

Centro Addestramento Alpino – Scuola Militare
La realizzazione di imprese alpinistiche extraeuropee è fondamentale per mantenere elevato il livello di preparazione degli Istruttori, e per il mantenimento di un ruolo da protagonista dell’Italia nel confronto con le Nazioni nelle quali operano Scuole Militari di Montagna.

Dal 1934 il Centro di Addestramento Alpino – Scuola Militare svolge il compito di formazione delle Truppe Alpine e da sempre rappresenta un punto di riferimento e un’esperienza d’avanguardia a livello internazionale. Tra i suoi compiti istituzionali ci sono quelli “di studiare, organizzare e sviluppare al massimo livello di competenza attività e predisposizioni connesse alla vita e al movimento in ambiente montano in condizioni di massima sicurezza ed efficienza, inclusa la sperimentazione di tecniche e di materiali”. Il Centro Addestramento Alpino ed i suoi componenti hanno partecipato a molte spedizioni extraeuropee, a cominciare dalla storica prima salita italiana dell’Everest nel 1973. Una prima esperienza seguita da quelle su grandi montagne extraeuropee come: Huascaran, Cotopaxi, Cho Oyu, Pick Nilkant, Huayna Potosi, Illimani, Broad Peak, Gasherbrum, Aconcagua, Mera Peak, Kilimangiaro, Daulaghiri, Annapurna, Everest, K2, Fitz Roy e Ruwenzori. In questa storia ed evoluzione si colloca il progetto pluriennale di Spedizioni Alpinistiche Extraeuropee “Oltre le Nuvole - Verso Nuovi Orizzonti” del Gruppo Militare di Alta Montagna del Centro Addestramento Alpino. Un progetto nel quale l’ultima spedizione al Monte Vinson ha rappresentato un importante tassello, non solo perché è stata salita la montagna più alta del Continente Antartico e una delle “Seven summit”, ma anche e soprattutto per l’approccio ecosostenibile e lo stile di piena autonomia utilizzato.
I Primi Marescialli Ettore Taufer e Giovanni Amort, il Maresciallo Capo Elio Sganga e il Caporale VFP4 Marco Farina hanno percorso con gli sci i circa 270 chilometri di deserto polare che dividono la base commerciale di Patriot Hills dal Campo base del Vinson impiegando 13 giorni e trascinando ciascuno una slitta con 75 Kg di materiali per almeno nove ore al giorno. Questa prima parte dell’impresa si è svolta spesso con visibilità scarsa e sempre con le temperature estreme che caratterizzano i Poli, cosa che non ha impedito al gruppo di tracciare un nuovo percorso e di essere la seconda spedizione in assoluto a compiere il tragitto a piedi da Patriot Hills al M.te Vinson. La successiva salita ai 4.897 metri della vetta del Vinson è iniziata il 4 gennaio 2008 con la partenza dei 4 membri del team dai 2125 metri del Campo base. Raggiunta quota 2800 con gli sci, gli alpinisti hanno poi proseguito la scalata saltando il classico Campo 1 e puntando direttamente al Campo alto a 3940 metri che hanno raggiunto dopo 9 ore e 30 minuti dalla partenza. Il giorno dopo hanno proseguito per la vetta raggiungendola dopo 4 ore. Poi la veloce discesa verso il Campo base, raggiunto verso le 19.00 (23.00 italiane). Va sottolineato che prima del team del Centro Addestramento Alpino solo sette italiani avevano raggiunto la vetta del Mnte Vinson.

Alpinisti spedizione al M.te Vinson:
- 1° Maresciallo Ettore Taufer - 46 Anni Trentino
Guida Alpina Militare, Guida Alpina (UIAGM), Alpinista Accademico Militare, Guida Alpina (UIAGM), Maestro di Sci Alpino e Sci Nordico, Tecnico Nazionale Soccorso Alpino, Istruttore Nazionale di Alpinismo e Sci Alpinismo del C.A.I.
- 1° Maresciallo Giovanni Amort - 42 Anni Trentino
Guida Alpina Militare, Guida Alpina (UIAGM), Alpinista Accademico Militare, Maestro di Sci Alpino e Sci Nordico, Tecnico Nazionale Soccorso Alpino, Istruttore Nazionale di Alpinismo e Sci Alpinismo del C.A.I.
- Maresciallo Ordinario Elio Sganga - 33 Anni Lombardo
Guida Alpina Militare, Aspirante Guida Alpina (UIAGM), Esperto Militare Neve e Valanghe
- Caporale Vfp4 Marco Farina - 24 Anni Valdostano
Aspirante Guida Alpina (UIAGM), Istruttore Militare Scelto di Alpinismo, Istruttore Militare Scelto di Sci.

Premio Toni Gobbi
per la più significativa realizzazione alpinistica internazionale di una guida alpina con un cliente a:
CHRISTOPHE PROFIT

Per la sua decima salita del 9 aprile 2007 sulla parete Nord dell’Eiger lungo la via Heckmair con un cliente. Una salita che si distingue per la capacità di interpretare e trasmettere nella professione di guida alpina i valori della montagna e dell’alpinismo maturati nella propria esperienza di uomo di montagna e alpinista ad altissimo livello.

Christophe Profit
Ho sempre desiderato diventare guida fin dalla mia infanzia… E’ un modo di ravvivare e prolungare la mia passione, di fare uso della mia esperienza, di trasmettere e condividere tutto ciò che la montagna può regalarci.” Christophe Profit

Figlio degli spazi infiniti di Normandia, scanditi da scogliere atlantiche e dolci praterie, Christophe Profit si innamora prestissimo delle alte terre. Appena 16enne comincia la sua storia con l’arrampicata che lo porterà nel 1980 a svolgere il servizio militare a Chamonix nello sceltissimo Groupe militaire de haute montagne (GMHM). Nel 1986 diventa guida di alta montagna. Una scelta che fa proprio nel pieno della esperienza di alpinista e climber di altissimo livello. Profit, infatti, è stato uno dei più propositivi e attivi alpinsti degli anni ’80. Un vero riferimento e capo scuola che, con le sue salite, solitarie e veloci sulle grandi pareti alpine, ha sperimentato una visione personale, “moderna” e incisiva di affrontare la montagna. Un’esperienza da grandissimo interprete che non gli ha impedito di continuare nel segno dell’alpinismo e della grande montagna con una scelta, quella della sua professione di guida alpina, che prescinde dalla velocità o dalla lentezza con cui si salgono le grandi o piccole pareti, ma si fonda sull’esperienza e sulla passione maturata e nella volontà di trasmetterla agli altri.
Un esempio è proprio la sua decima salita con un cliente sulla famosa parete nord dell’Eiger per la quale gli è stato assegnato il Premio Toni Gobbi della prima edizione del Premio St Vincent. Anche con questa salita, il 47enne Profit ha saputo rivivere e riscoprire per l’ennesima volta l’immensa parete godendone i ritmi e la natura insieme al suo compagno e cliente. Un percorso dall’alpinismo di punta a quello di guida alpina che viene evidenziato anche nell’articolo pubblicato su Planetmountain.com proprio in occasione dell’ultima salita dell’Eiger come guida.

“Dieci volte sulla nord dell’Eiger da guida alpina con un cliente. Di questi tempi in cui tutto appare “normale” in alpinismo e non, compresa la salita della mitica parete nord dell’Orco, potrebbe sembrare una non notizia. Ma basta dare un nome alla guida in alpina in questione per capire che, invece, c’è molto da dire. Sì, perché è della guida alpina Christophe Profit che stiamo parlando. Quello stesso Profit protagonista e inventore, negli anni ’80, della stagione in cui tutti i sacri canoni dell’alpinismo, tutti i “problemi” delle Alpi, vennero misurati (e bruciati?) con salite fino ad allora assolutamente impensabili, per concezione e velocità.
Quelle di Profit erano salite supersoniche, solitarie, plurime. Racchiudevano insomma tutte le difficoltà massime che l’alpinismo aveva affrontato fino ad allora. In poche parole era nata la stagione della velocità e dei concatenamenti. E naturalmente la Nord dell’Eiger è stata uno dei “terreni di gioco” per eccellenza per le scorribande di Profit. Nel 1985 è sua, infatti, la prima ascensione in solitaria, in inverno e in giornata o meglio in sole dieci ore, della grande nord dell’Oberland bernese. Una salita impensabile per l’epoca.
Sempre nel 1985 porta ancora la sua firma il concatenamento - una novità assoluta per concezione e spirito - del trittico delle tra grandi nord “impossibili”: Eiger, Cervino e Grandes Jorasses (per la via del Linceul) naturalmente in sole 24 ore. Un exploit bissato poi, nel marzo 1987, dal tour de force di Sperone Croz alle Grandes Jorasses, Nord dell’Eiger per la via Heckmair e via Schmid del Cervino in solitaria invernale e nel tempo, naturalmente record, di 42 ore…
Potremmo raccontare anche dell’incredibile ed elegantissima danza solitaria (e senza corda) sulla Diretta Americana sulla ovest del Petit Dru, salita in sole tre ore e dieci minuti nel 1982. Oppure delle 32 ore “no stop” per la cavalcata solitaria sulla cresta integrale di Peuterey. E ancora, nel 1991, del suo autentico capolavoro himalayano sulla cresta nord ovest del K2 dove tracciò una via nuova con Pierre Béghin.
Potremmo parlare a lungo delle grandi salite di questo fantastico alpinista. Ma la notizia oggi è che la 47enne Guida alpina francese Christophe Profit il 9 aprile 2007 ha accompagnato per la decima volta un cliente, il signor Valery Guillebon, sulla cima dell’Eiger per la parete Nord. La notizia è proprio questa! Perchè non si pensi che salite come queste non abbiano nulla a che vedere con quel grande alpinismo che si misura con tutte le stagioni della vita, e trascende qualsiasi velocità.”
Da PlanetMountain.com

Premio Forte di Bard per i valori etici e solidali a:
PEMBA DOMA SHERPA

Per avere testimoniato in tutta la sua vita, di alpinista e organizzatrice di trekking e spedizioni alpinistiche, la passione per le montagne e la sua terra, unitamente all’attenzione per la cultura del suo popolo. Una testimonianza, di riferimento ed esempio per tutti, che si è espressa sia con risultati alpinistici assoluti: è stata la prima donna nepalese a salire l’Everest sia da Sud sia da Nord; ma anche e soprattutto attraverso una visione moderna, e al tempo stesso legata a quei valori della natura e della montagna propri della cultura Sherpani.

Pemba Doma Sherpa
Guardando il Chomolongma ho cominciato a desiderare di scalare le grandi montagne.” Pemba Doma Sherpa

Pemba Doma nasce a Namche Bazar in quella che si può definire il villaggio-capitale del Solokhumbu, la magnifica valle nepalese che racchiude alcune delle montagne più fantastiche del mondo. Basti dire che in questo giardino dell’eden delle alte vette lo sguardo spazia dalla Dea madre della Terra, l’Everest, al Lhotse, al Nuptse, al Pumori fino al bellissimo Ama Dablam, solo per citare le cime più famose. Pemba Doma ha saputo vivere questa sua terra delle meraviglie coniugando la sua passione per l’alpinismo con la cultura del suo popolo, dandone un’interpretazione del tutto personale e “moderna”. Oltre alla salita di varie vette delle Alpi, Pemba Doma è stata la prima donna nepalese a salire l’Everest da Nord nonché la seconda donna nepalese e la sesta in assoluto a salire la montagna più alta della terra su entrambi i versanti. Inoltre, nel 2002, ha guidato la spedizione nepalese, tutta al femminile, all’Everest, mentre nel 2005 è stata la prima donna nepalese a raggiungere gli 8021 metri della vetta del Cho Oyu e, con la salita del Lhotse, la prima nepalese a salire 3 Ottomila.
Pemba Doma ha ricevuto il “Suprabal Prashiddha Gorkha Dakshin”, il più importante premio nepalese per l’alpinismo. E si è sempre distinta anche per il contributo culturale e sociale verso il suo popolo e la sua terra. Nel 2000 fondò “Save the Himalayan Kingdom” un’associazione no-profit che mira a migliorare le condizioni di vita delle popolazioni himalayane, in particolare supportando l’educazione dei giovani e salvaguardando la cultura del popolo Sherpa anche attraverso il restauro dei montasteri buddhisti.
Nella primavera del 2007, dopo aver raggiunto la Cima del Lhotse, Pemba ci ha lasciati, vittima di un incidente.

Nel ritratto che ne fa Manuel Lugli risalta tutta la profondità di questa semplice grande donna. “Quando ho incontrato Pemba Doma, prima donna nepalese ad aver salito l’Everest da Nord, ho avuto qualche momento di difficoltà ad entrare in sintonia. Credo soprattutto per la sua timidezza – molto sherpani - ed il suo understatement nel parlare delle sue salite. Però, ascoltandola, man mano che l’atmosfera si faceva più distesa, capivo che Pemba era una donna davvero determinata e cocciuta. In famiglia, ad eccezione di Nima Nuru, suo fratello maggiore e gestore dell’agenzia Cho Oyu Trekking, questa sua propensione per l’alpinismo non veniva vista di buon occhio. Nonostante tutto, la tradizione è tradizione, così Pemba ha dovuto capitolare e sposare un uomo promesso già da tempo, da cui ha avuto un figlio. Ma non aveva perso la sua voglia di scalare e pare che qualche idea alpinistica le passasse ancora per la mente. Quella volta mi ha detto cose molto interessanti sulle montagne della sua terra, sull’Everest ovviamente, ma non solo. “l’Everest, vedi, è davvero la Dea Madre della Terra. E’ così grande, a volte paziente, a volte severa. Solo salendolo ti rendi conto in pieno della sua anima. Perché tutte le montagne hanno un’anima e ti danno qualcosa, nel bene e nel male. Prendi l’Ama Dablam. E’ la montagna di casa, che si vede così bene da Namche Bazaar, la montagna ai cui piedi andavo talvolta accompaganta da mio nonno. Mi dà pace, serenità, fiducia. Al contrario, ad esempio, l’Annapurna mi spaventa, è minacciosa e sembra mettere continuamente in guardia gli uomini che le si rivolgono.” Parola di Sherpani.
Pemba Doma è volata via nella primavera del 2007, proprio sotto gli occhi del Sagarmatha, la Dea Madre della Terra, dopo aver salito il Lhotse.
Manuel Lugli da “Alpinisti Sottoaceto” – Montura Editing



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