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Parco naturale Paneveggio - Pale di S. Martino

Villa Welsperg - Casa del Parco - Archivio Parco Paneveggio
Villa Welsperg la Casa del Parco - Archivio Parco Paneveggio

L'uomo

Val Vanoi

Ancora oggi nella comunità del Vanoi permane comprensibilmente un senso di separazione dalle altre terre, dovuto alle montagne molto elevate e ripide che circondano la valle. Ancora oggi il timore e le risorse della valle sono legate al torrente, alle golle, alle acque.Ciò che si è radicalmente modificato è il numero della popolazione: dai 4500 individui del ritratto resoci dal parroco, salita a 6300 all'inizio del secolo, ridotta a 3300 negli anni '50, oggi raggiunge a stento i 1650.

Le attività boschive furono, per tutti i secoli passati, ma anche nei primi decenni del nostro secolo, una delle risorse più importanti della popolazione del Vanoi, che andava a integrare l'allevamento e una agricoltura povera. È difficile per noi avere un'esatta percezione di quella realtà. A Caoria, gli ampi piazzali della segheria demaniale accolgono ordinatamente i tronchi provenienti da tutte le foreste del Parco: quelle demaniali di Valzanca e Valsorda (1600 ettari), ma anche quella di Paneveggio, sul versante opposto. C'è un che di asettico e di pulito nel lavoro di esbosco e di preparazione del legname, oggi che la montagna è costellata di strade forestali e che ardite teleferiche possono essere installate con efficienza e rapidità.

Basta però salire di poco per trovare qualche testimonianza che ci mette sulle tracce di un lavoro - il complesso di attività legate allo sfruttamento del bosco - per secoli rimasto uguale a se stesso, fatto di una rude tecnologia, di fatica e pericolo.
Le trasformazioni economiche legate all'abbandono dell'agricoltura e zootecnia tradizionali, hanno assunto dimensioni molto significative in quest'area a partire dagli anni '60.
Gli effetti si sono ovviamente manifestati nelle dinamiche demografiche e nell'abbandono di usi del suolo storicamenti consolidati.

Da un punto di vista insediativo la Valle del Vanoi è caratterizzata dalla presenza di alcuni centri abitati, che raccolgono l'assoluta maggioranza della popolazione e da una rilevante edificazione sparsa, per lo più lungo le vie di comunicazione.
Gli insediamenti si diversificano per la loro collocazione topografica in agglomerati edificati sulle prime pendici dei monti (Ronco), su conoidi di deiezione (Caoria) e su terrazzi o ripiani orografici (Canal San Bovo, Prade e Zortea).

Val Canali è meta di interesse turistico per esursionisti o semplici amanti della natura che trovano ospitalità nei numerosi ristoranti, agritur e rifugi della zona. Abbandonate in gran parte le attività agricole legate alla zootecnia tradizionale, la popolazione locale si dedica con particolare cura al mantenimento e coltivazione di prati e prati-pascoli in cui si collocano i rustici ,"masi", utilizzati soprattutto nel periodo estivo.

L' alpinismo iniziò ufficialmente nel gruppo delle Pale di San Martino. Il 30 maggio 1864 una comitiva di alpinisti inglesi, fra cui William D. Freshfield e Francis F. Tuckett, condotti da due guide (una svizzera e una savoiarda) realizzarono la prima traversata alpinistica del Passo Canali, fra la valle di Angheraz e la Val Canali, da Taibon a Fiera di Primiero. Era probabilmente la prima volta che un alpinista visitava quei luoghi, conosciuti comunque dai pastori e dai cacciatori valligiani. Negli stessi anni venivano salite, soprattutto da alpinisti inglesi e tedeschi , le principali cime del gruppo (1870, Cimon della Pala; 1878, Pala di San Martino; 1879, Sass Maór); poi, dagli anni Ottanta si passerà alle cime minori, ma più ardite e alla ricerca di vie sempre più difficili. È solo nell'ultimo decennio del XIX secolo che vengono salite le cime che fanno corona alla Val Canali, particolarmente selvagge e ardite.

Foresta di Paneveggio

Due secoli fa la foresta aveva un'estensione pari a un terzo di quella attuale, a causa dello sfruttamento intensivo per rifornire di legname i cantieri della Repubblica di Venezia. Nel corso della prima guerra mondiale , poi, il fronte l'attraversò per quasi tutta la durata del conflitto e la massa di legname abbattuta in quel periodo corrisponde a quanto, con la gestione attuale, si abbatte in trent'anni. Gravi danni furono provocati anche da un violento ciclone abbattutosi nel 1926 e dall' alluvione del 1966.

L'aspetto di questa foresta è dunque il risultato di un lungo intervento dell'uomo: l'attuale strumento di pianificazione di tale intervento è un periodico Piano di assestamento, basato su un attento monitoraggio della realtà forestale. Il primo Piano di assestamento risale al 1876. È compito del Servizio Parchi e Foreste Demaniali della Provincia Autonoma di Trento curare la gestione economica e la sorveglianza della foresta, le fasi della trasformazione del legno e la vendita del prodotto tramite la segheria demaniale di Caoria.

I porfidi del Lagorai e di Cima Bocche

Il paesaggio che osserviamo oggi porta però il segno di eventi molto più vicini nel tempo: le grandi glaciazioni del Quaternario. Furono queste, insieme all'erosione dovuta al vento e allo scorrere delle acque superficiali, a modellare le linee delle montagne e delle valli, approfondendo solchi preesistenti, erodendo fianchi vallivi, trasportando detriti e costruendo circhi glaciali, anfiteatri e cordoni morenici.

All'ultimo ritiro dei ghiacci, circa 10.000 anni fa, poté assistere anche l'uomo, proprio dai luoghi in cui abbiamo fatto tappa in questo “viaggio geologico”. I cacciatori del Mesolitico dalla valle dell'Adige, attraverso il Lagorai, risalirono 8-9000 anni fa i fianchi della valle del Cismon e si spinsero verso il Colbricon e il Passo Rolle con i loro campi di caccia stagionali. Soprattutto ai laghetti di Colbricon, alla sella fra il Colbricon e la Cavallazza, ma anche presso Malga Fosse e al Rolle sono state trovate interessanti testimonianze.

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