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testo e foto in collaborazione con:
Parco Regionale delle Alpi Apuane www.parcapuane.toscana.it
e www.antrocorchia.it

In una località chiamata “Inferno” si aprono molte grotte,
una delle quali si chiama "l’antro del Diavolo", perché
sul soffitto si trovano due fori che la leggenda dice siano l’impronta
delle sue corna.
In un’altra caverna, conosciuta come la “Tana dell’omo Selvatico”,
si trova un enorme cavallo “stampato” su una concrezione calcarea
con lo sguardo fisso in un punto della grotta. La leggenda dice che chi riesce
a identificare il punto esatto in cui il cavallo guarda , troverà un
lapislazzulo ed un filone d’oro. Altri invece sostengono che il cavallo
sia un animale messo a guardia di un tesoro nascosto e che si svegli appena
qualcuno riesce a trovare il prezioso bottino.
Tra la Pania della Croce e la Pania Secca c'è il profilo di un gigante
addormentato. Tutti lo conoscono come "l'uomo morto" ed è
facilmente riconoscibile sia dalla Versilia, sia dalla Garfagnana, che dalla
valle inferiore del Serchio.
Si racconta, che tanti e tanti anni fa, la Pania della Croce non era unita
alla Pania Secca e tra le due vette si stendevano vasti prati dove i pastori
conducevano ogni estate i loro greggi a pascolare. In un anno molto lontano,
un pastore ed una pastorella si incontrarono su quei prati con le loro pecore
e trascorsero molti pomeriggi insieme a fare ghirlande di fiori, a guardare
il mare lontano, a confidarsi i loro sogni. Tra i due giovani nacque l'amore,
ma sul finir dell'estate, il giovane pastore iniziò a trascorrere sempre
più tempo da solo a guardare il mare. Pensava ai bastimenti che solcavano
il mare da Pisa, Repubblica Marinara, centro di traffici commerciali e di
ricchezza. La fanciulla iniziò a preoccuparsi per lui; gli rivolgeva
molte domande e gli prestava ogni genere di attenzione, ma il giovane si manteneva
misteriosamente silenzioso.
Un giorno, quando le prime nuvole di fine estate si presentarono minacciose
all'orizzonte, annunciando ai pastori che era giunto il momento di scendere
e tornare alle proprie case, il giovane pastore chiamò a sé
la sua fedele amica e le confidò che desiderava abbandonare le montagne
e andare a fare il marinaio per conoscere posti nuovi e gente nuova. Così
un giorno partì verso il mare. La giovane pastorella rimase sola sulle
aspre montagne senza perdere la speranza, neppure per un momento, di vedere
un giorno tornare il suo innamorato sui pascoli montani. Passarono i mesi;
l'estate si ripresentò sui pascoli con i suoi fiori, i cieli blu e
le vaporose nubi bianche alte come castelli incantati. La pastorella trascorreva
lunghe ore a guardare fissa il mare, pregando il Signore che facesse tornare
il suo perduto amore. A nessuno rivolgeva la parola, si escludeva dalla compagnia
degli altri e in niente riusciva a trovare conforto, se non nel guardare insistentemente
il mare. Di lei si era accorto, nel frattempo, un giovane ragazzo che era
salito sui pascoli della Pania per la prima volta quell'estate. Era rimasto
affascinato dalla bellezza della giovane pastorella che la tristezza aveva
reso ancor più attraente. Egli aveva cercato con ogni mezzo di parlare
alla ragazza, ma ella fuggiva dalla sua presenza senza rivolgergli una sola
parola. Ma un giorno il nuovo pastore gli confidò il sincero e profondo
amore che aveva per lei e cercò di capire la ragione della sua tristezza,
invitandola a confidargli le sue pene. La pastorella raccontò la storia
del suo sfortunato amore e come non potesse ricambiare gli affettuosi gesti
e le gentili parole del nuovo pastore che, per tutta dell'estate, aveva cercato
con ogni mezzo di aiutarla a dimenticare il passato. Ogni suo sforzo si rivelava
inutile; allora un giorno il giovane pastore capì che cosa doveva fare
per liberare la pastorella dal tormento del passato. Decise di salire sulla
vetta della Pania della Croce e chiedere a Dio che gli venisse suggerito il
modo per far dimenticare alla fanciulla il suo amore. Gli fu rivelato che
l'unico sistema, sarebbe stato quello di impedire alla pastorella la vista
del mare, ma per fare questo egli avrebbe dovuto sacrificarsi, stendendosi
a terra e lasciare che il suo volto venisse trasformato in quello di un gigante
di pietra che avrebbe unito le due Panie, nascondendo la vista del mare. Il
giovane pastore per amore della fanciulla accettò e, da quel giorno,
il suo volto fu impresso tra le montagne e venne ricordato da tutti come "
l'uomo morto ".
Una leggenda racconta che mentre San Pellegrino stava pregando nella selva, spiriti, demoni e folletti lo attaccarono. Egli alzò la sua croce ed essi scapparono nel cielo in direzione del mare creando così un buco nella Pania che da allora venne chiamata Pania Forata.
Il diavolo tentava il santo in ogni modo per impedirgli di pregare. Un giorno Satana andò da lui sottoforma di drago, poi diventò una bellissima donna che cercò di sedurlo. Ma il santo non cedette. Così il demonio decise di schiaffeggiarlo personalmente ed il santo cadde a terra tramortito. Ma nonostante ciò non si dette per vinto e schiaffeggiò nuovamente il diavolo così potentemente che Satana attraversò l'intera valle e quando arrivò contro le Panie creò il foro.
Quando la Sacra famiglia scappò da Erode, raggiunse la Versilia alla ricerca di un rifugio sulle montagne circostanti. La Madonna con un colpo riuscì ad aprire un buco e a scendere nella valle del Serchio. Quella montagna é oggi il Monte Forato.
Il Monte Procinto si trova nelle Alpi Apuane meridionali. Si tratta di un
enorme torrione di calcare dalla forma bizzarra e dall’aspetto inquietante.
Molti botanici vi si recavano per raccogliere specie di fiori che crescono
solo sulla cuspide rocciosa come, ad esempio, la radice della Mandragola.
Quest’ultima doveva essere estirpata sulla cima del Procinto nelle notti
di luna piena. Tutto ciò richiedeva coraggio perché si dice
che, quando si tentava di strappare la pianta dalla terra, questa emetteva
delle grida talmente insopportabili che, colui che la estirpava, poteva essere
vinto dallo spavento e morire all’istante. Ma se, una volta raccolta,
veniva ben conservata e ad ogni nuova luna si avvolgeva in un panno di lino
bianco e rosso, poteva allontanare i mali dalla casa e guarire le fratture.
Antiche leggende parlano di tesori nascosti nelle grotte che si aprono sui
fianchi della montagna. In alcune di esse si dice vi siano sepolti favolosi
tesori portati lassù da pirati dopo aver trafugato case e paesi.
Intorno al Procinto ci sono altri torrioni più piccoli, i cui profili
ricordano vagamente quelli di volti umani. Essi sono conosciuti da tutti come
i “bimbi del Procinto”.
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