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Autore: Tonino Perna Anno della prima pubblicazione: 2002 Editore: Bollati Boringhieri, Torino Prezzo: 16,00 € Recensione di: |
“I parchi nazionali nello sviluppo locale”. Così l’autore
ha riassunto la tematica che espone in circa 200 pagine di estremo interesse.
Talmente importanti che mi sento di consigliare la lettura di Aspromonte
non solo a tutti coloro che seguono le problematiche ambientali e/o ambientaliste,
ma anche a quanti hanno a cuore lo sviluppo della società civile, e
che per questo intendono partecipare alle scelte collettive con la migliore
cognizione possibile dei problemi e delle loro eventuali soluzioni.
In primo luogo è importante conoscere qualcosa sull’autore, dato
che certi argomenti non possono essere affrontati se non partendo dalla propria
formazione culturale. Tonino Perna è docente di Sociologia economica
all’università di Messina, presidente del Parco nazionale dell’Aspromonte,
vanta una lunga militanza nel mondo della cooperazione internazionale nell’ambito
delle ONG (Organizzazioni Non Governative) ed è stato impegnato sul
“fronte” pacifista contro la guerra della NATO nei Balcani. E’
stato voluto alla presidenza del parco dall’allora ministro per l’Ambiente
Edo Ronchi. Un simile curriculum può già fare arricciare il
naso a molti: errore gravissimo! L’analisi condotta dall’autore
non risparmia di certo la sua area di estrazione politica.
Parlando di riserve naturali occorre illustrare le ragioni della nascita e
la successiva evoluzione dei parchi in generale: dalla conservazione di tipo
museale tipica dei grandi paesi anglosassoni (o divenuti forzatamente tali
come il Sudafrica), alla concezione moderna di parco come culla di un ecosistema
comprendente anche l’essere umano con tutte le sue esigenze dettate
dalla società contemporanea.
Se dunque i parchi del XXI secolo sono da intendersi come dei laboratori socio-ambientali
essi necessitano di programmazione, di riflessione e di partecipazione: l’esperienza
proposta al lettore testimonia chiaramente come il modello di sviluppo finalizzato
al maggior fatturato (o, parlando di nazioni, alla crescita continua del PIL)
sia non solo perdente, ma addirittura devastante in termini di ferite all’ambiente,
di eradicazione delle culture locali e di omologazione delle produzioni, con
conseguente depressione economica e dispendio dei fondi pubblici stanziati
per fronteggiare le immancabili emergenze, che in realtà sovente sono
tali solo perchè affrontate senza una preventiva analisi delle cause
e delle relative dinamiche.
«Sono questi i termini della sfida che si gioca in tutto il Mediterraneo:
proseguire, come un’auto impazzita, in questa corsa folle alla distruzione
delle risorse naturali, o trovare le strade alternative, anche se più
difficili, più lente, con risultati differiti nel tempo. Molto del
futuro del Mediterraneo, del suo riequilibrio tra aree interne e coste, tra
montagne e mare, dipenderà dalla forza della società civile
“organizzata” che lotta tanto per la difesa della biodiversità
quanto per la dignità delle culture locali».
Prima che gestito, il territorio va “letto” e poi pianificato,
non più “contro” gli interessi degli abitanti, ma “con”
gli enti locali, con le associazioni dei cittadini. L’esempio più
eclatante tra quelli proposti (che, se la memoria non mi inganna, ha suscitato
anche l’ammirazione di opinionisti di opposto schieramento come Vittorio
Feltri), è la gestione del solito buco nero della prevenzione/spegnimento
degli incendi. Con una spesa di quattrocentomila euro, contro i circa dieci
milioni stanziati dalla sola provincia di Reggio, la piaga è stata
quasi azzerata: è bastato ordinare il caos dei soggetti preposti a
questa attività, responsabilizzarne le diverse componenti e legarle
ad una fetta di territorio, e soprattutto ricompensarle in base ai risultati
ottenuti.
«Senso dell’appartenenza, memoria storica vissuta dinamicamente,
costruzione di una visione comune per l’edificazione di un mondo migliore.
Sono processi culturali e politici che non si decidono a tavolino, ma che
richiedono la partecipazione di tutte le forme organizzate della società
a partire dagli enti locali e da quella figura, che abbiamo precedentemente
richiamato, di “imprenditore pubblico” ». Dove il potere
viene massimamente delegato avanza anche il degrado, tanto ambientale quanto
sociale, e la rinuncia dello stato al suo ruolo di guida e gestore degli interessi
generali in favore di soggetti economici privati è probabilmente un
primo indicatore di un grave malessere delle istituzioni.
Ciò che resta da questa lettura è che un futuro sostenibile
è possibile e non è nemmeno il caso di imporlo, lo si costruisce
insieme, per perpetrare quel patrimonio che è giunto fino a noi dalla
notte dei tempi: la natura vivente e l’orgoglio di essere uomini con
una propria identità. «Quando si arrivava in un nuovo parco
nazionale e si incontravano i sindaci, il presidente della Comunità
del Parco dell’Aspromonte, il professor Galimi, con voce altisonante
e coinvolgente, leggeva la “Carta” (La Carta della
Civiltà dell’Aspromonte n.d.r.). In quel momento, i sindaci
dell’Aspromonte, con la fascia tricolore a tracolla, ascoltando in religioso
silenzio, trattenevano a stento l’emozione: per la prima volta nella
storia d’Italia, le popolazioni dell’estremo Sud, i nipoti dei
briganti e degli emigrati transoceanici, attraversavano l’Italia, consapevoli
infine di essere cittadini con pari dignità e orgogliosi di appartenere
a una terra che crede ancora in valori quali l’ospitalità, l’amicizia
e la convivialità. Nell’era della mercificazione globale non
è poco. E un parco può compiere anche questi “miracoli”
».
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