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Anno della prima pubblicazione: 2002 Autore: Abele Blanc Editore: Edizioni Tipografia La Vallée, Aosta Caratteristiche: 45,00 € Recensione di: Maurizio Bergamini |
Tra i tanti ricordi scolastici che ognuno di noi ha, vi è quello più
o meno bello del “tema”, presentato dall’insegnante di turno
come “specchio della personalità”. Anche l’arte figurativa
è certamente leggibile come una esternazione del proprio universo interiore.
Dunque parole ed immagini riunite insieme non possono che rappresentarci pienamente
ciò che di una persona (l’autore) i più potrebbero non
conoscere: la sensibilità, la dimensione interiore.
In 126 scatti proposti in grande formato, il grande pubblico può scoprire
il vero Abele Blanc: quello che esiste oltre la notizia dell’ennesimo
8000 che si è aggiunto alla sua collezione. Non che manchino le immagini
di terribili montagne, tali da indurre soggezione già in fotografia,
ma l’impressione che ci lasciano non è certo quella della becera
cultura del “no limits”. Tutt’altro. Se mi è permesso
usare una mia immagine di fantasia, adotterei quella classica del pellerossa
che attraversa da solo una natura incontaminata e gigantesca, ma in silenzio
come solo loro sapevano fare, semplicemente perché erano “natura”
loro stessi.
L’Abele Blanc che si accompagna alle parole di grandi poeti (lo stesso
titolo del libro, piuttosto inconsueto, è di Rimbaud) lungo i sentieri
di Nepal, Tibet, Argentina e Pakistan, è lo stesso che guarda la propria
terra natale e vi scopre gli stessi antichi segni di unità tra l’essere
umano e la natura, tra ciò che si prova dentro e quanto ci è
stato creato intorno. Quante volte ci siamo sentiti dire che certi spettacoli
offerti dalla natura sono il modo migliore per avvicinare il nostro cuore
a Dio? E infatti così è. Ma questa volta l’affermazione
vale anche per le foto “animate”, quelle cioè dove è
ritratta l’opera dell’uomo o addirittura egli ne è l’unico
soggetto. “C’è in ogni paese qualche cosa di troppo:
gli abitanti”, si dice con ironia nel commentare una veduta sui
tetti di Vens, quasi che la loro lontananza li renda più belli. Invece
poche pagine dopo, il capitolo dedicato all’Uomo ci fa pensare come
sia proprio questo essere a rendere così grandiosa la vita: sguardi
lontani, distratti o rubati, ci impongono il silenzio e un momento di riflessione.
Sono volti veramente impressi sulla carta o è la nostra coscienza che
li proietta sul foglio?
Spesso non servono degli scoop o le cosiddette immagini-choc. La realtà
di una dignitosa povertà, il sorriso di una madre o lo sguardo serio
colto durante il lavoro bastano a farci capire che “gli altri”
ci guardano, e lo fanno da dentro.
Allora dopo tanto viaggiare, scalare, vedere, rischiare, cosa resta? Resta
la vita, al proprio posto, con i propri affetti e nella propria terra. Ma
restano anche tutte quelle esperienze che permettono di inquadrare nella giusta
proporzione le piccolezze e le miserie di tutti i giorni.
Di certo noi non potremo ripercorrere tutti i sentieri di Abele Blanc, e probabilmente
anche se lo facessimo ne ricaveremmo delle impressioni diverse. Possiamo però
ricevere il messaggio che ci viene offerto e scorrere le pagine di un libro
fotografico con la lentezza propria delle ascensioni in alta quota, perché
esso possa trasformarsi in una boccata di ossigeno per l’anima.
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