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| Cultura / Recensioni |
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Autore: Valeria Montaldi Anno di pubblicazione: 2001 Editore: Piemme Prezzo: € 18,08 Recensione di: Maurizio Bergamini |
“La vita del romanziere non è poi tanto facile!”. Così
deve aver pensato l’autrice de Il mercante di lana quando si è
trovata ad affrontare le mille difficoltà poste da un romanzo storico:
il fitto elenco dei ringraziamenti ai benevoli consulenti lo testimonia. Ricostruire
con la dovuta correttezza un ambiente del passato non è cosa da poco;
se poi questo ambiente è molto lontano nel tempo e, in un certo senso,
anche “straniero” come può sembrare la ristretta minoranza
etnico-linguistica dei Walser, le insidie si nascondono ad ogni capoverso.
Invece Valeria Montaldi ne esce bene, e conduce un racconto su più
fronti, senza lasciare spazio a cadute di tensione. L’azione prevale,
i fatti si susseguono e il medioevo valdostano, ai più così
oscuro e non solo per effetto del tempo, riacquista il chiarore della realtà.
Certo l’avere dimestichezza con luoghi, nomi, usi e costumi moltiplica
il fattore di coinvolgimento nel racconto: il passo di Bätt, ad esempio,
non ha lo stesso potere evocativo se non lo si ha attraversato almeno una
volta, magari sciando sulle nevi di quello che ora si chiama Bettaforca; il
castello
di Graines si può immaginare come un qualsiasi castello visto al
cinema, oppure può ritornare alla mente quella torre possente e quella
cerchia di mura che si ergono a sentinella in un restringimento della valle
di Ayas, un muto fantasma che sbuca nel verde del bosco circostante.
L’autrice è giornalista ed anche il linguaggio ne risente un
po’: il realismo impiegato in alcuni passi potrebbe disturbare la sensibilità
di alcuni genitori, a giudizio dei quali il libro potrebbe non essere adatto
ad un pubblico troppo giovane. In effetti, però, a muovere certe vicende
non è altro che l’eterna miseria dell’umanità, che,
nel medioevo come oggigiorno, costituiva la realtà quotidiana, ben
diversa dall’asettica manualistica storica o dalla fumosità dell’epopea
cavalleresca (anche se un certo Lancillotto ed una certa Ginevra non hanno
certo mancato di pepe!).
I personaggi del romanzo rispecchiano tutta la gamma sociale riscontrabile
nella Valle d’Aosta del 1200: nobili castellani, vassalli ambiziosi,
mercanti più o meno onesti, pellegrini veri e falsi, preti in odore
di santità ed altri meno degni, contadini, prostitute e mendicanti.
Uno spaccato che ancora una volta deve farci riflettere come la storia (talvolta
anche quella ricostruita con la fantasia) rimanga sempre “maestra di
vita”.
Il filo conduttore è la leggenda del villaggio di Felik, che il mito
vorrebbe collocato là dove ora si stende l’omonimo ghiacciaio,
a circa 3000 metri di quota. Per maggiore verosimiglianza l’autrice
lo “abbassa” un po’, il che nulla toglie all’ambientazione,
collocata nel XIII secolo tra i primi coloni di etnia walser, un popolo di
origine germanica, che costituisce ancora oggi una enclave culturalmente preziosa
alle pendici del Monte Rosa. La leggenda è notissima, anzi, è
quasi un paradigma ricorrente tra le varie popolazioni insediate alla base
delle nevi eterne. Non è però il caso di sintetizzarla qui,
per non sminuire l’interesse del lettore, anche se la cappa di piombo
gettata dalle profezie riferite nei primi capitoli lascia presagire una vicenda
dura per tutti, indipendentemente dal fatto che la regola preveda che “l’amore
vince sempre”.
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