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Autore: Giuseppe Mazzotti
Anno di prima pubblicazione: 1931 Recensione di: |
E' incredibile verificare come dalle pagine di questo libretto, volutamente ironico e scritto con quello humour delicato ed educato al
quale abbiamo perso l'abitudine, traspaiano già tutte quelle tematiche ambientaliste ed anticonsumistiche alle quali in qualche modo tutti
i veri amanti della montagna sono in qualche misura legati. Eppure siamo nell'Italia degli anni trenta, in pieno fascismo, cioè in un'epoca
in cui "le braccia" contavano ancora, anche se il movimento futurista aveva già lanciato il suo manifesto, nell'intento di precorrere i
tempi.
La montagna che il Mazzotti prende in giro è quella vittima del turismo di massa, modaiolo e superficiale: quello che sfoggia attrezzature nuove
fiammanti, che raggiunge anche livelli tecnici ammirevoli nello sci come nell'arrampicata, ma lo fa senza comprendere il mondo nel quale si
è calato o, peggio, sottolineandone le differenze con un malinteso sentimento di superiorità culturale.
Tutto sembra essere profanato: i paesi e le valli dalle automobili sempre più numerose, i rifugi dagli escursionisti fracassoni, le cime dai
rocciatori vanagloriosi, che pagano la guida e quindi "vogliono" arrivare a tutti costi su una vetta di cui poco tempo dopo non ricordano
neppure il nome corretto, oppure non vogliono farsi accompagnare e si cacciano nei pasticci. Qualche volta la profanazione supera ogni
limite, perciò l'autore abbandona il tono dello scherzo per assumere quello più grave della denuncia: è il caso della cappelletta del
Breuil (di lì a poco italianizzato in "Cervinia") utilizzata per una serata danzante.
Ma non si salvano nemmeno i canti dei montanari, storpiati ed adattati ai ritmi di moda dalle orchestrine salite dalla città; tramonta la
gastronomia tradizionale, eclissata dai nuovi cibi "conservati" nelle scatolette metalliche, che già allora restavano sul terreno a
testimoniare il passaggio dell'uomo "civilizzato"; la flora e la fauna hanno già perso le loro specie simbolo: "E' tempo di sostituire
l'aquila col corvo, e il camoscio con un'altra bestia qualunque, purché abbia dato prova di durare malgrado ogni caccia. In quanto alla
stella alpina, non è affatto vero che le più belle crescano sull'orlo dei precipizi. Il vuoto non agisce da concime. Succede semplicemente
che quelle nate in luoghi pericolosi sono lasciate crescere e prosperare fin che non sono scomparse tutte quelle a portata di mano".
Le cinque edizioni italiane ed una francese di questo libretto testimoniano come l'argomento sia ancora dei più sentiti, anche se il
"progresso", si sa, non si può arrestare, ed il primo a rendersene conto è proprio l'autore, che: "non pretende invocare per sé e per
pochi altri alpinisti ortodossi, il monopolio della montagna, dei rifugi, dei campi da sci. La montagna, si ripete, è vasta, e per quanti
vi accorrano saranno sempre in pochi. Basterebbe che taluno portasse con sé dalla pianura meno grettezza e superficialità. Basterebbe che
troppi giovani non prendessero l'Alpe a cuor leggero. Che troppi elegantoni non vi sfoggiassero la vanità dell'ultima moda; quella di
andare in montagna compresa. Si sarebbe già fatto un gran passo innanzi nell'educazione dei frequentatori della montagna e molti
alpinisti sarebbero meno brontoloni. Primo fra tutti l'autore".
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