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La nuova vita delle Alpi

La nuova vita delle Alpi - Enrico Camanni - (c) 2002 Bollati Boringhieri

Autore: Enrico Camanni

Anno di pubblicazione: 2002

Editore: Bollati Boringhieri

Prezzo: € 13.00

Recensione di: Maurizio Bergamini

Raramente mi è capitato di considerare un libro “indispensabile”, o come dicono i francesi “incontournable”, ma questa volta devo proprio sbilanciarmi in questo senso.
L’Anno Internazionale delle Montagne ha in questo volume il suo manifesto intellettuale: vi è concentrata la storia del rapporto uomo-montagna dopo la nascita dell’alpinismo, cioè dopo che le Alpi hanno cominciato a rivestire un interesse particolare ed a patire tutta una serie di sconvolgimenti.
Ovviamente possiamo facilmente indovinare dove si va a parare. Così come Messner nel suo Salvate le Alpi poneva la questione del come impedire che la città si trasferisca in montagna con tutto il suo carico di difetti (inquinamento, spersonalizzazione, stress ecc...) così il grande interrogativo che Camanni rilancia è come garantire la sopravvivenza alle Alpi ed ai suoi abitanti senza che entrambi diventino “altro” rispetto alla loro natura originale, ma al tempo stesso senza propugnare un anacronistico “congelamento” di uno statu quo che già ora non esiste più. «Non c’è niente di più falso di una montagna che assomigli ad una montagna vera, “come quelle di una volta”».
Se il disastro è nato da ragioni economiche, da politiche miopi e da speculatori senza scrupoli, solo sul terreno delle risorse si giocherà la partita definitiva. Agricoltura montana e turismo sono conciliabili davvero o sono “separati in casa”? « Le produzioni di montagna non saranno mai competitive con quelle di pianura se si misureranno con le stesse “armi”». E, al tempo stesso «Negli ultimi anni si è andata finalmente diffondendo l’opinione che il turismo non sia la panacea per ogni male delle Alpi». Le grandi stazioni sciistiche come Sestrière, Cervinia, Avoriaz hanno fatto il loro tempo, nel senso che solo dei folli potrebbero immaginare di costruirne di nuove. Le piccole località che hanno stoltamente inseguito questi giganti non hanno solo perso la battaglia: si sono probabilmente giocate una bella fetta di futuro. Hanno venduto l’anima al diavolo, ma la festa ora è finita e restano solo i bicchieri vuoti ed i piatti sporchi, sotto forma di alveari di seconde case sfitte o comunque quasi sempre desolatamente vuote, bar e ristoranti tutti fintamente tipici, aria inquinata dai gas di scarico e di stagione in stagione risuona sempre la stessa parola: “crisi”. «Anziché insistere sullo sci di massa scimmiottando i colossi sempre più irragiungibili, devono investire con miglior fortuna sui loro veri punti di forza: l’ambiente naturale, la storia e la cultura tradizionale, l’artigianato di qualità, la gastronomia tipica, gli sport “morbidi” come lo sci di fondo o le racchette da neve, l’escursionismo d’estate. (...) In ogni caso né i grandi né i piccoli centri possono sottrarsi ad un ripensamento globale».
I progetti non mancano, anzi, diversi hanno già preso il via ed hanno battuto la traccia. Altri invece trovano difficoltà a decollare proprio perché è difficile sovvertire la mentalità di montanari divenuti ormai dei cittadini a tutti gli effetti: «nessuna scelta di sviluppo – per illuminata e “vincente” che sia – può considerarsi al riparo dai rigurgiti dei vecchi modelli di profitto, dalle illusioni dei soldi facili, dalla perdita di prospettiva, dal bisogno prioritario di guadagnare consensi».
Le Alpi sono dunque ad un bivio epocale, e nessuno può chiamarsi fuori. Residenti più o meno nativi, turisti affezionati o giornalieri, semplici appassionati, politici di ogni livello, dal consigliere comunale al deputato europeo. Tutti siamo chiamati a riflettere sui nostri comportamenti e sulle conseguenze delle nostre scelte e questo libro ci invita, anzi, ci obbliga a farlo.

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