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Le roi du rocher

Autore: Albert Frederick Mummery

Titolo originale: Climbs in the Alps and Caucasus

Anno di prima pubblicazione: 1885

Recensione di:

Questo libro non è altro che una riduzione (e traduzione in francese) della celeberrima raccolta di scritti di un grande alpinista inglese del XIX secolo, uno di quei titoli fondamentali nella letteratura di montagna.
Se molti capitoli possono sembrare noiosi perché relazionano con dovizia di particolari gli itinerari percorsi, oggigiorno ormai acquisiti oppure definitivamente abbandonati in favore di altri più convenienti, ve ne sono comunque altri la cui importanza resta inalterata per la storia dell'alpinismo.
In primo luogo quello scritto dalla signora Mummery: la salita del Täschhorn dalla cresta del Diavolo (Teufelgrat). Essa costituisce uno dei primi esempi di donna alpinista, impegnata in salite di grande difficoltà per l'epoca. Ci offre uno spaccato non solo sulla tecnica impiegata e sulla via seguita, ma anche sulle condizioni umane e psicologiche dell'intera cordata. Restiamo dunque stupiti nell'apprendere come la spedizione ha preso il via dopo una serata danzante ed una cortissima notte disturbata da un toro che difendeva il suo territorio: ad illuminare il cammino una lanterna di fortuna costruita con una bottiglia di champagne vuota. Un incidente di percorso, invece, mette in luce la personalità debole di una delle due guide, che da quel momento diventa una vera e propria zavorra per la comitiva.
Ma i capitoli che ci rivelano tutta la personalità dell'autore principale sono quello dedicato all'Aiguille des Grands Charmoz e quello conclusivo, relativo ai piaceri ed ai rischi dell'alpinismo. Nel primo il resoconto dell'ascensione diventa un pretesto per intavolare un discorso su ciò che divenne poi la sua impronta nella storia: la nascita di uno sport (in contrapposizione alle "conquiste" a scopo scientifico o nazionalistico) e soprattutto la codifica intellettuale di quello che fu successivamente chiamato "l'alpinismo senza guide". Secondo Mummery, infatti, le guide tendevano ormai a "routinizzare" le scalate, seguendo a memoria le tracce altrui e togliendo all'arrampicata ogni senso di avventura. Il cliente diventava perciò un "pacchetto vivente", che la guida prendeva in consegna, pilotava lungo un percorso il meno rischioso possibile e restituiva alle amorevoli cure dell'albergatore. Turismo di massa, insomma, anche se di alta quota.
Questa teoria si ritrova più articolata nel capitolo conclusivo, dove si prendono in esame anche degli aspetti tecnici, quali il numero dei partecipanti ad una cordata, la necessità di legarsi vicendevolmente, la scelta del partner o quella della scalata solitaria. In tutti questi aspetti emerge il Mummery-pensiero, che privilegia l'avventura, la sfida all'ignoto, il disprezzo della massa e dello sfruttamento economico della montagna, che appiattisce i valori umani e tecnici dei suoi frequentatori. E' un pensiero "estremista", che trova la sua giusta collocazione in quella fine ottocento che permetteva ancora la conquista di cime vergini e di pareti inesplorate e che trovava alimento nei primi e talora goffi passi dell'industria del turismo.

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