Sant'Orso
Dal punto di vista meramente storico, S. Orso è una figura poco conosciuta, anche se si tratta del primo santo
valdostano il cui culto abbia radici anteriori all'anno mille. Gli agiografi medievali, ed in particolare il canonico
Jean-Ludovic Vaudan non hanno certo risparmiato la fantasia, nel costruirgli intorno tutta una serie di leggende,
ovviamente spacciate come episodi veri della sua vita. Una di queste, ad esempio, è la sua origine irlandese: secondo
recenti studi l'equivoco si sarebbe originato a Vercelli a partire dall'XI secolo. In questa città vi erano infatti due
ospizi, l'uno dei canonici di S. Orso, l'altro gestito da una consistente comunità irlandese, devota di Santa Brigida.
I due santi si festeggiano entrambi il 1° febbraio e la confusione è inevitabile!
Attualmente la fonte storica considerata più certa è un codice risalente al IX secolo e conservato nell'abbazia di
Farfa. Vi si legge come S. Orso fosse un prete molto pio, che officiava nella chiesa (paleocristiana) di Ognissanti; era
molto amato dai poveri, ai quali faceva costanti elemosine, e dagli animali: gli uccelli si posavano su di lui, ed egli
li nutriva con il grano di un campicello che coltivava apposta. La tradizione gli attribuisce una serie di miracoli,
primo fra tutti l'aver salvato la città di Aosta dall'ennesima alluvione provocata dal torrente Buthier.
Una celebre leggenda lo vuole in contrasto con il vescovo Ploceano, personaggio insincero e crudele, divenuto perfino
indegno ed eretico nelle versioni successive. Il prete Orso abbandona dunque il centro città e si ritira nell'area
cimiteriale che sorgeva alla periferia orientale, nella chiesetta dove erano stati sepolti i primi vescovi della diocesi
di Aosta. Un giorno (la vicenda è ovviamente allegorica) gli si presenta un garzone del vescovo, che, disperato, dice di
aver perso uno dei cavalli che gli erano stati affidati: convertito dalla preghiera del santo sacerdote i suoi occhi
vedono ciò che prima non riuscivano a vedere, cioè che il cavallo mancante era quello su cui stava in groppa. Poco tempo
dopo però il giovane gli si ripresenta, in fuga dal suo padrone che lo maltratta. Orso intercede per lui ed ottiene il
perdono del vescovo e la riabilitazione del fuggitivo. Ma il prelato non mantiene la parola data: riavuto il servo, gli
fa radere la testa e poi la fa immergere nel bitume bollente, con conseguente decesso del povero sventurato. Il santo è
indignato e prevede che il braccio di Dio colpirà il malvagio vescovo: infatti questi muore in circostanze terribili,
trascinato agli inferi dal demonio. Ma S. Orso ha previsto che anche per se stesso è tempo di lasciare questo mondo, ed
infatti si prepara santamente alla dipartita, che avviene puntualmente.
Il ricordo di S. Orso, a cui si attribuisce impropriamente la fondazione di un monastero, dei canonici e della
collegiata che portano il suo nome, è particolarmente sentito in diverse località della Valle d'Aosta, a partire dal
quartiere in cui ha vissuto il santo e dove si trova la chiesa a lui dedicata, storicamente noto come Bourg-saint-Ours.
A Cogne, invece, vi è un vasto prato adiacente all'abitato, denominato appunto "prato di S. Orso", tuttora preservato
da ogni insediamento umano: un "gioiello" naturale che sa di miracoloso.
S. Orso è riconoscibile nelle icone grazie a degli "attributi" tradizionalmente rispettati e tramandati: il tau nella
mano destra (cioè il bastone dell'abate a ricordo dell'ordine che avrebbe fondato, o quanto meno che gli è dedicato),
il vangelo nella mano sinistra ed un uccellino sulla spalla, a testimoniare il suo amore per la natura.
Per saperne di più si può leggere il volume "Les Saints en Vallée d'Aoste, leurs vies et images" di Maurizio Bergamini,
responsabile della parte redazionale di inalto.com
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