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| Cultura |
Autore: Luigi Pierantoni

Momenti di Fiera 2002 - foto cortesia Filippo Bosio
In un tripudio di colori, rumori, sapori, vecchie e nuove emozioni,
torna la più bella festa valdostana.
Aosta e il suo cuore lo spartito, gli artigiani e il legno gli strumenti,
la Fiera di Sant'Orso la melodia composta ed intonata all'unisono dai mille banchi
espositivi dove il presente è passato ed il tempo tributa il suo omaggio ad un
popolo fiero, ad un'antica cultura.
La "Veulla", magnifica, un fiore montano, raro, prezioso ed ancora più bello
quando pian piano si tinge di legno, di ferro, di pietra. Il centro storico,
il luogo, fecondo ventre d'emozionanti occasioni, dove i banchi degli espositori
ritmicamente si susseguono, avvolti in preziose stoffe, lasciati al naturale o
artisticamente preparati per ricevere ogni sorta d'oggetti. Al loro fianco gli
artisti, temerari interpreti di mille edizioni, esposti agli eventi e di questi
scrittori volti tra i volti uniti in un cuore, visi scavati dal tempo di quando
la vita montana era durezza e fatica, antichi maestri di un fare mai morto o
giovani artisti amati, adulati interpreti di nuove ed affascinanti tendenze
legate al moderno ma rivolte al passato oppure esordienti commossi per
esserci. Questa è Sant'Orso, questo il suo spirito dove ognuno è a proprio
modo protagonista e spettatore, dove si mescolano attese di guadagno, fierezza
per il proprio lavoro, ricordo della tradizione. Ecco perché è bello fermarsi ammirando
ogni banco, ogni lavoro, che sia d'intaglio oppure una scultura, un oggetto per la
casa o un gioco per bambini perché è proprio qui che possiamo ricordare, trasformando
tutto ciò in tradizioni, troppo spesso svilite nella loro intima essenza
ma uniche deputate a connotarci come popolo, cultura perché fattori universalmente
riconosciuti quali elementi costitutivi della nostra identità. L'artigianato, ecco
il protagonista, sotto forma di mille rappresentazioni, materiali che diventa
vetrina di un'arte protetta perché insita nella cultura alpina sfuggita alle spire
del tempo e all'incalzante modernità che suole cancellare diversità, storia. Tra questi
monumentali monti c'è ancora spazio per i mestieri di una volta, contrapposti alle nuove
tecnologie veloci, maggiormente produttive con bassi costi realizzativi, ma prive d'anima,
di ricordi. Chi sa lavorare il legno, la pietra, il ferro, chi amorevolmente consegna
ai posteri un oggetto, eternamente si lega ad una sua caratteristica tecnica
ad un'univoca emozione, perpetuando così antichi saperi magari adattati ad esigenze
correnti, e tutto diventa testimonianza di una viva operosità ambasciatrice di
remoti costumi artistici, artigianali, frutto di lavoro attento e paziente, forma
tra le più intense dell'attività umana ancora viva in Valle d'Aosta.

Momenti di Fiera 2002 - foto cortesia Filippo Bosio
E' ancora presto, l'alba brillerà fra qualche minuto, le campane della
Cattedrale svegliano la cittadinanza rammentando loro che oggi è un giorno di festa
di gioia, gli rispondono in coro i suoni delle campane amiche della Chiesa di Sant'Orso
cuore pulsante della manifestazione, gli artisti alacremente lavorano per preparare il
banco, è un anno che attendono, un anno che lavorano preparando ciò che la loro arte
gli ha dettato, il cuore è colmo di grande emozione e i gesti si fanno amorevoli
nel sorreggere e posizionare gli oggetti. A destra, a sinistra, al centro del banco,
sì, è qui il posto migliore e l'opera è adagiata, viva, pulsante. L'artista la osserva,
la tocca, le parla è fiero di lei, poi si scosta si mette da un lato, osserva gli
sguardi dei mille passanti, cattura emozioni, commenti, saluti. E' un anno che aspetta
ma ora è felice, contento, orgoglioso.
La giornata scorre, le ore s'inseguono velocemente tra alterni appuntamenti istituzionali,
incontri amichevoli, spuntini caserecci con appetitosi insaccati locali e fontina,
annaffiati da deliziosi vini regionali che fanno ancora più caratteristico il vissuto
giornaliero. Nel frattempo i visitatori aumentano e con loro la curiosità del mirare,
riconoscendo fra i pezzi esposti la figura del Santo Orso, protettore di tutti gli artisti,
oppure ritrovando gli antichi sabot, le gerle, i piatti finemente intagliati a motivo
geometrico, le grolle, le coppe dell'amicizia regine incontrastate del panorama espositivo,
ma anche allegri folletti dai rubicondi visi, animali di ogni sorta e foggia che sembrano
spiccare un balzo da un momento all'altro, ed ancora croci e oggetti sacri frutto di una
genuina ed antica religiosità, attrezzi agricoli ancora utili là dove i ritmi della vita
non hanno fagocitato gli "inutili mestieri".

Momenti di Fiera 2002 - foto cortesia Filippo Bosio
E la fantasia vola, indietro nel passato a cogliere momenti uguali eppur diversi nelle forme,
nei costumi, nei sapori, negli odori. Qui, ognuno cerca l'artista che è in sé ammirando i
capolavori che ama provando idealmente a ripercorrere i solchi e i tagli degli attrezzi
che li hanno lavorati sapendo però, di non possedere le mani che li hanno stretti.
Poi l'imbrunire, non un momento di ritiro e di silenzioso riposo bensì l'inizio della
sospirata festa: La mitica veillà! Attesa, anelata ed ora raggiunta!

Il tradizionale Bouillon - foto Massimo Martini
Tutta la valle si riunisce in un ideale abbraccio vivendo insieme la sua valdostanità espressa in canti popolari narratori della struggente bellezza di questa terra, della penna alpina gelosamente custodita nei cuori di chi ricorda goliardici momenti, dure battaglie, spirito di corpo, ed ancora balli legati ad una scenografia antica ove i costumi caratteristici elegantemente vestono leggiadre fanciulle, aitanti giovani, amabili signore. Una fisarmonica, un piccolo tamburo, un violino e il classico baton scandiscono note, ritmi di una notte da amare, vivere intensamente, ricordare potendola un dì raccontare ai figli che verranno.
Vino a profusione, brodo caldo, saucisses, boudin, vin brûlé ed ancora fontina,
dolci locali, caffè alla valdostana, grappe, genepì tutti consumati al fianco
di un amico, di un collega artigiano mentre i bambini, inebriati dai
mille profumi, dai canti e balli si rincorrono festosi nei vicoli amici di una città gaia,
che al freddo del termometro oppone il calore dell'allegria.
Il patois è il vero padrone d'ogni discorso, ritmico nel suono, incomprensibile ai
non residenti perché essenza e spirito d'Aosta, un dialetto antico ma attuale nel quotidiano
vivere, diviso in mille rivoli linguistici eppure comune espressione del popolo della fiera.
Le case del centro aprono i battenti, rifocillano, accudiscono artisti e
valligiani, tutti ebbri di canti ed allegria.
La notte scorre, ancora più lesta del normale sì che bisogna cogliere veloce
ogni momento trasformandolo in ricordo.
Poi di nuovo l'alba, pronti e per nulla affaticati gli artisti tornano al lavoro sperando
nei guadagni tanto sospirati.
Volge così al termine un altro appuntamento con la fiera ma è solo un arrivederci,
certo lungo un anno, pronti a tornare alla prossima edizione che puntualmente,
dopo mille e tre manifestazioni, vedrà la Valle d'Aosta diventare vetrina
della sua arte.
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