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| Magazine / Dhaulagiri |

Il Campo Base del Dhaulagiri
Foto cortesia (www.navyonepal.com)
Dhaulagiri (m 8172) significa "monte bianco" né più né meno come quello posto tra Courmayeur e Chamonix. Non a
caso quando si trattò di scalare il primo ottomila della storia una pattuglia di grandi alpinisti francesi pensò
proprio a questa vetta, dal nome così simbolicamente analogo a quel monte che aveva di fatto sancito la nascita
dell'alpinismo moderno.
Era il 1950 allorché si misero in viaggio Lucien Devies, Maurice Herzog, Louis Lachenal, Lionel Terray, Gaston Rébuffat,
Marcel Schatz, Jean Couzy, Marcel Ichac, Jacques Oudot e Francis de Noyelle. Si divisero in diversi gruppi allo
scopo di trovare la via migliore, ma non vennero a capo del loro problema: di loro restò solo un nome sulle cartine
geografiche: il "Passo dei Francesi" a quota 5200 m e l'intuizione di quella che poteva essere la via giusta da
percorrere: la cresta NE. Si consolarono scalando l'Annapurna, che dista solo 34 km dal Dhaulagiri, raggiungendo
comunque l'obiettivo di conquistare per primi la vetta di un ottomila.
Da quel fatidico 1950 altre spedizioni tentarono la loro chance soprattutto dal lato nord, andando a "sbattere" contro un'ardua configurazione del terreno che fu denominata "la pera". Nel 1954 si contò la prima vittima illustre: il capo-spedizione argentino Francisco Ibañez, morto per i congelamenti riportati nel giorno in cui un telegramma gli annunciava la nascita di suo figlio.
Dieci anni dopo l'esplorazione francese fu un pool internazionale a condurre in porto la scalata: 8 svizzeri, uno svizzero-americano, un tedesco, un austriaco e due polacchi. Per il trasporto in quota di materiale ed alpinisti venne impiegato il poco ortodosso sistema costituito da un piccolo aereo. Il ritrovarsi di colpo a 5100 m causò problemi di acclimatazione ad alcuni, mentre altri volarono fino a quota 5700. Dopo 16 missioni l'aereo si schiantò, senza conseguenze per gli occupanti. Il 13 maggio 1960 l'austriaco Diemberger, il tedesco Diener, gli svizzeri Forrer e Schelbert e gli sherpa Nima Dorjee e Nawang Dorjee giunsero in vetta senza l'ausilio dell'ossigeno. Dieci giorni dopo gli elvetici Weber e Vaucher compirono la prima ripetizione. Fu chiamata la spedizione "dei tredici", perché tanti erano gli alpinisti che la componevano, giungendo in vetta al tredicesimo degli ottomila di venerdì 13 (quasi alle ore 13).
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