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  Montagna  

Intervista a Valerio Folco

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Valerio Folco in azione
Valerio Folco in azione su Captain Hook - Foto © Marco Spataro

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La tua ultima impresa è stata la terza ripetizione di Tempest, sulle leggendarie pareti di granito di El Capitan, nel parco californiano di Yosemite. E una via classificata al massimo grado di difficoltà nell'arrampicata con mezzi artificiali, cui si aggiunge anche un elevato fattore di rischio. Spiegaci che tipo di difficoltà ti si sono presentate.

Valerio Folco
Tempest non è al massimo grado di difficoltà che è A5 ma raggiunge lA4/A4+ però io la definisco la Magic Line della parete e quindi la via più bella da vedere (per chi riesce, da sotto, a scoprire dove passa!!). Sono molto felice di aver salito questa via perché siamo nell'era degli alpinisti che qualsiasi cosa facciano è sempre la più difficile e paurosa del mondo. Tempest non è così perché sebbene sia una via molto impegnativa e pericolosa non è assolutamente la più difficile in assoluto, ma secondo me solo la più bella. Quindi Tempest per me è stata la riscoperta della montagna sotto un rapporto si, di alpinismo sportivo misto a exploit ma che soprattutto vuole mettere in primo piano la bellezza della parete e della via di salita ponendo in secondo piano lo scalatore che la sale.
Dopo questa premessa vi posso dire che Tempest ci ha fatto sudare dalla fatica e tremare di paura.
La progressione avviene lungo piccole scaglie di roccia (ecco perché la via non si vede da sotto) che sono attaccate alla parete per miracolo e per questo motivo prendono il nome di Expanding.
Le scaglie expanding sono il peggior incubo per uno scalatore di Big Wall. Mano a mano che le sali loro si allargano e fanno cadere tutte le protezioni che gli hai posizionato dentro fino a quel momento (provate ad immaginarvi a 700 metri da terra su una parete liscia e verticale e attaccati ad una scaglietta di granito che si stacca leggermente dalla parete quando cerchi di piantarci dentro un chiodo da roccia); non vi sudano le mani solo a leggere una cosa simile? Bene provate ad esserci veramente.
Questo è il gioco dell'arrampicata artificiale; vivere sempre in una situazione di stress molto alto con l'incubo della caduta che è sempre presente e dall'esito alquanto incerto.

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Per soddisfare la nostra curiosità di statistici e per meglio dimensionare la tua impresa, elenca i principali numeri che la caratterizzano.

Valerio Folco

Tre arrampicatori
Due fotografi
Una cordata di due persone per fissare le corde ai fotografi
Quattro persone di supporto a terra (logistica, comunicazioni, trasporto materiale fotografico ecc.)


La nostra attrezzatura:

25 tipi diversi di hooks
140 copperheads
150 moschettoni
2 martelli
6 corde di scalata
4 sacconi da recupero
2 sacconi piccoli
2 portaledge biposto
50 friends
50 nuts
75 chiodi da roccia
10 rurps
20 beaks
30 kg di cibo
100 litri dacqua
200 caramelle gommose alla frutta
2 kg di noccioline
30 barrette energetiche
2 rotoli di carta igienica
30 sacchetti per rifiuti organici
10 kg di materiale foto video
1 pannello solare
3 spazzolini da denti
30 salviettine umidificate
3 accendini
1 fornello a gas

e poi non mi ricordo più ...
Ah! Però, mi ricordo solamente la fatica a tirare su per la parete i circa 280 kg totali di attrezzatura che avevamo nei sacconi!!!

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Per chi non è aggiornato sulle tecniche di scalata in artificiale puoi delineare le principali caratteristiche di quest'attività e soprattutto in che cosa si differenzia dall'arrampicata artificiale storica, per intenderci quella dei Bonatti e Desmaison?

Valerio Folco
Sono passati molti anni da Bonatti e Desmaison e i materiali sono migliorati enormemente. Di pari passo però anche l'uomo si è reso conto che poteva osare di più e che i suoi margini di sicurezza si erano allargati con il progresso (pensa solo alle previsioni meteo).
Le vie di quegli anni sono piccoli capolavori di intuizione tecnica e coraggio ma non possono essere confrontati con quelli dei nostri giorni. Oggi l'arrampicata artificiale ha raggiunto un livello talmente specifico che solo pochissimi arrampicatori al mondo si sanno muovere bene su difficoltà sopra all'A4. In Europa, gli arrampicatori con esperienza di A5 da capocordata sono solamente 3 e io sono tra loro. Noi tre entriamo a far parte del gruppo di 10/12 persone che al mondo hanno avuto la stessa esperienza (parlo di quelli che hanno salito Reticent Wall che è ad oggi lunico A5 riconfermato dai ripetitori).
Le differenze tra l'artif di una volta e quello di oggi sta nel grandissimo impegno psicologico della progressione attuale che è dovuto all'aleatorietà delle protezioni infisse sulla roccia. Un tempo si salivano vie fessurate dove si poteva piantare i chiodi da roccia, oggi invece si salgono pareti come El Capitan lungo muri lisci e strapiombanti con una progressione lenta e pericolosa su piccole testine di rame spalmate all'interno di fessurini superficiali (copperheads), o piccoli ganci di acciaio (hooks) appoggiati sulle piccole asperità del granito. L'impegno su queste vie è altissimo anche perché le lunghezze di corda arrivano a toccare i 70 metri aumentando il tempo in cui uno scalatore è impegnato nell'arrampicata e aumentando di conseguenza anche lo stress psicologico che lui deve sopportare.

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Domanda filosofica:
Quando l'alpinismo mosse i suoi primi passi, privo forzatamente di artifici tecnologici, vi fu un celeberrimo scalatore austriaco, Paul Preuss, che sosteneva addirittura la necessità imprescindibile di affrontare la montagna senza altro aiuto che la propria abilità, tollerando a malapena l'uso della corda e preferendo le discese in libera (infatti morì a 27 anni vittima di una caduta).
Nell'arrampicata artificiale, invece, si può pensare di salire senza appigliarsi con le mani direttamente alla roccia, ma solo a strumenti che lo scalatore si porta appresso.
Secondo te quale è lo scopo ultimo di una simile attività e perché non la consideri una stravaganza per superuomini?

Valerio Folco
Ma vedi, l'artif si è sviluppato in maniera naturale. Non è una forzatura o come la chiami te una stravaganza per superuomini è al contrario la massima espressione di serietà e capacità nel giudicare le situazioni da parte dell'arrampicatore.
L'artif è obbligatorio perché moltissime pareti non sarebbero state salite con nessun altro sistema e questo vuole dire ritardo nel progresso dell'alpinismo stesso. La questione dell'arrampicata libera di Preuss a mio avviso era teorica ed estremizzata perché lui aveva una concezione troppo pura della salita che non trovava e non trova tuttora seguito nella natura umana che è quella di conquistare ed esplorare le montagne del mondo. Ammetto che quella di Preuss è una immagine pura e molto affascinante ma che ci avrebbe fatto sognare ed emozionare molto meno di quello che con la nostra storia alpinistica abbiamo potuto fare e facciamo oggi.
Ritengo comunque che la libera e l'artificiale siano due mondi separati e non in conflitto come potrebbe sembrare, perché ci saranno sempre vie di artificiale che non potranno mai essere salite in libera come dei tiri in libera che non potranno mai essere saliti in artificiale.
Di una cosa però sono sicuro e cioè avendo scalato in libera ( e lo faccio tuttora) centinaia di vie in tutto l'arco alpino e salito solo qualche decina di vie di artificiale posso affermare che preferisco di gran lunga le ultime per il contatto con la parete e l'ambiente che mi circonda e per le incredibili esperienze ed emozioni che solo la scalata artificiale su grandi pareti può dare.

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Altra domanda filosofica:
Maurizio Costanzo chiederebbe cosa c'è dietro l'angolo?, ovvero, quale è attualmente l'ultima frontiera dell'arrampicata e/o più in generale dell'alpinismo?

Valerio Folco
La risposta a questa domanda sarà la frase finale del mio ultimo film di montagna che sarà pronto per fine febbraio e che darò in anteprima in Valle d'Aosta nel 2002.
Quindi o venite alla mia serata o dovrete comprare il film.

Valerio

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