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Jean-Christophe Lafaille
Inalto: leggendo il suo palmares non posso fare a meno di notare che negli ultimi 13 anni non ha fatto altro che spostare sempre più avanti il limite delle sue possibilità: fin dove tenterà di andare?
Jean-Christophe Lafaille: Credo di essere metodico nell'evoluzione dei miei obbiettivi. L'arrampicata sportiva mi è di aiuto per l'alpinismo, ma anche per l'Himalaya. C'è una continuità nel mio percorso. Se oggi faccio delle cose difficili in alta quota è perchè sono stato capace di farle per anni sulle Alpi. Progredisco tecnicamente ed acquisisco sempre più maturità per l'attività ad alta quota. Oggigiorno so dire abbastanza chiaramente dove voglio arrivare. Sogno un grande traguardo su una grande parete, su una vetta molto alta, dove porterò a termine tutto ciò che ho imparato in tanti anni di passione. Vedremo fra 2-3 anni se il sogno potrà realizzarsi.
Inalto: Questa ricerca dell'exploit estremo che fanno molti alpinisti di altissimo livello è forse il solo modo di suscitare l'interesse dei media e, di conseguenza, di procurarsi i mezzi finanziari per proseguire la loro attività di punta?
J-C: Proprio per niente. Secondo me nessuno potrebbe andare in cima ai Drus o sull'Annapurna solamente per soldi o per gli sponsor! Spesso i miei partner, con i quali sovente lavoro da molti anni, sono persone che conoscono bene la montagna e le esigenze dell'alto livello. Grazie allo sponsoring, invece, ho più tempo disponibile per l'allenamento o per concentrarmi su questo o quel progetto... e questo mi permette ormai da anni di allenarmi molto molto, e quindi di migliorare sia fisicamente che tecnicamente.
Inalto: Lei ha realizzato una bella percentuale delle sue migliori imprese in solitaria: era per aumentarne il grado di difficoltà, o la solitidine le si adatta fino a questo punto?
J-C: Sì, mi piace la solitudine in alta montagna, perchè così tutto è più duro, più grande, più intenso. Mi piace questa relazione così diretta tra un uomo fragile nella sua umanità ed una montagna così magnificamente grande e potente. C'è stata anche la scomparsa brutale di Pierre Beghin nel 92 che mi blocca un po' nel ripartire in cordata, specialmente in Himalata e verso obiettivi impegnativi... Ma dopo i fantastici momenti in cordata, come al K2 nel 2001 con Hans Kammerlander e naturalmente sull'Annapurna con Alberto, mi apro sempre più verso gli altri e verso la cordata.
Inalto: Lei dichiara di ispirarsi a dei "maestri spirituali" come Desmaison, Bonatti e Messner. Però tra le centinaia di chiodi che piantavano i primi due ed il naturalismo estremo del terzo c'è una differenza enorme...
J-C: Le epoche ed il terreno di pratica sono difficili da paragonare. Credo che certamente lo stile era diverso, ma lo spirito e l'impegno fisico e mentale era lo stesso, e secondo me è prima di tutto questo il motore del grande alpinismo e dei grandi alpinisti. Io cerco oggigiorno di sintetizzare questi stili diversi: nel 2001, ad esempio, ho piantato un bel po' di chiodi nella mia nuova via ai Drus, e due mesi dopo andavo con uno stile molto leggero sui pendii del K2. Per me non c'era contrasto, perchè lo spirito di queste due ascensioni, pur così lontane fra loro a livello di stile, era per me simile.
Inalto: Tra i suoi "maestri spirituali" c'è anche il suo sfortunato amico Pierre Beghin, che è scomparso, lo ricordo ai lettori, durante il suo primo tentativo alla parete sud dell'Annapurna. Ci può spiegare quale è il retaggio spirituale che le ha lasciato?
J-C: Mi ha aperto le porte di un altro mondo quando mi ha chiesto di partire con lui per l'Annapurna: il mondo dell'Himalaya e dell'alta quota! Con in più un'etica rigorosa riguardo allo stile dell'ascensione: stile leggero, itinerari difficili o vie nuove. Cerco ancora oggi di essere in continuità con questa eredità. Credo che gli sarebbe molto piaciuto percorrere quella cresta est dell'Annapurna come l'ho fatta con Alberto! Era un grande "ragazzo" della montagna.
Inalto: Lei è reduce da una pericolosa caduta riportata scalando una cascata di ghiaccio nel Colorado: fa parte del gioco o questo genere di incidenti lasciano sempre il segno?
J-C: Le cadute fanno parte del gioco nella scalata sportiva e nel dry tooling, ma in questo caso ha lasciato il segno, perchè la mia caduta è terminata al suolo (dopo 15/20 metri). Avrei potuto morirne o rimanere fortemente offeso. Oggi sono ancora vivo e mi ripeto che ho avuto molta fortuna, e considero quell'incidente come un avviso personale.
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