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Autore: Andrea Barmaz e Giuliano Martignene
Ultima modifica: 05.05.04
| Temi / Formaggi |

Valle d'Aosta Fromadzo
I primi documenti in cui si parla di "Caseus" e "Seracii" (formaggio e ricotta) risalgono al 1200 quando
i nobili valdostani pretendevano come affitto dei loro possedimenti il pagamento in natura con generi
alimentari. Nel 1477 Panthaleon de Confienza cita nella "Summa Lacticinorum" un tipo di formaggio, prodotto
in Vallis Augusta in Ducatu Sabaudiae, "con crosta piuttosto spessa e pasta compatta e densa anche se non molto nutritivo"
che conferma la produzione di formaggi non grassi già in quell'epoca.
In un affresco del castello di Issogne risalente al 1480 è raffigurata una bottega di prodotti alimentari
in cui si riconoscono chiaramente due "seracii", tre formaggi molto simili alla Fontina sulle quali è
posato un formaggio con caratteristiche che corrispondono a quelle del Fromadzo (pronuncia: fromàzo).
In Valle d'Aosta il Fromadzo ha sempre costituito una valida alternativa alla Fontina, soprattutto
quando le limitate produzioni di certi periodi o di certi allevamenti non giustificavano due
trasformazioni giornaliere; il latte di una o più mungiture veniva pertanto lasciato riposare in
apposite caldaie in rame stagnato per almeno 12 ore in modo da fare affiorare la panna che serviva per
fare burro, unico condimento lipidico usato dai valdostani. I formaggi a ridotto contenuto di grasso
inoltre, essendo conservabili più a lungo, potevano rappresentare una buona fonte di proteine nei
periodi dell'anno in cui le risorse alimentari scarseggiavano. La tecnologia di lavorazione poteva
variare in relazione alla necessità di ottenere quantità più o meno elevate di burro sia per i fabbisogni
familiari che per la vendita giacché esso valeva più del formaggio. Il latte poteva quindi essere
scremato solo in parte o anche quasi completamente, così come potevano variare da produttore a produttore
le dimensioni e il peso delle forme.
Nel 1995 è stata riconosciuta la denominazione di origine "Valle d'Aosta Fromadzo" o "Vallée d'Aoste Fromadzo"
e l'anno successivo la denominazione di origine protetta (D.O.P.); conformemente al disciplinare di produzione
la zona geografica di provenienza è il territorio delle regione autonoma Valle d'Aosta.
La produzione di questo formaggio, che dopo un periodo di calo fortunatamente sta riprendendo in questi ultimi
anni, nella metà degli anni '70 era di circa 38.000 forme del peso medio di circa 5 kg e lo si produceva in
una sessantina di alpeggi nel periodo estivo e 25 latterie turnarie in inverno.
La Valle d'Aosta rappresenta, nel cuore della catena alpina, un?enclave protetta dalle perturbazioni che interessano le Alpi esterne.
La scarsità delle precipitazioni favorisce la luminosità e, di conseguenza, il rapido aumento delle temperature nella stagione calda.
I massicci esterni sono costituiti di rocce cristalline, ma abbondano anche le rocce metamorfiche (soprattutto calcescisti e rocce verdi).
Circa un terzo della superficie totale è occupato da prati permanenti e da pascoli d'alpeggio, che si spingono fino a 3000 m di altitudine.
Nei prati abbondano graminacee quali Dactylis glomerata e Arrhenatherum elatius, leguminose quali Trifolium repens, T. pratense e Vicia cracca,
oltre ad un gran numero di specie di famiglie diverse: composite, labiate, ombrellifere. La flora dei pascoli di alta quota è ricca
di specie; tra quelle più frequenti si trovano: Poa alpina, Festuca gr. rubra, Anthoxanthum odoratum, tra le graminacee,
Trifolium pratense e T. alpinum, tra le leguminose.
La materia prima è il latte di vacca proveniente da almeno due mungiture, che può essere eventualmente addizionato con
percentuali minime di latte caprino. Per il formaggio di tipologia semi-grassa il latte viene lasciato riposare in relazione
alle condizioni ambientali per un periodo variabile da 12 a 24 ore. Per il formaggio di tipologia a basso contenuto
di grasso il latte viene lasciato riposare, sempre in relazione alle condizioni ambientali, per un periodo variabile da 24 a
36 ore. Il latte deve essere quindi coagulato ad una temperatura di 34-36°C sfruttando lo sviluppo spontaneo della
microflora casearia con l'eventuale inoculo di fermenti lattici naturali ed autoctoni della zona di produzione; la
coagulazione è ottenuta con l'uso di caglio naturale. Segue la rottura della cagliata con innalzamento della
temperatura a un massimo di 45°C. La massa caseosa collocata in fuscelle, localmente chiamate "feitchie", può essere
sottoposta ad una leggera pressatura cui segue il rivoltamento effettuato 3-4 volte nelle 24 ore. La salatura si
attua a secco o in salamoia; la salatura a secco avviene inizialmente a giorni alterni per diradarsi progressivamente
nel tempo in un periodo complessivo di 20-30 giorni. La pulitura della forma si effettua per mezzo di un panno
imbevuto in una soluzione di acqua e sale. La maturazione avviene in locali appositi a una temperatura di 8-14°C e
con umidità relativa non inferiore al 60%. Il periodo di stagionatura varia da un minimo di 60 giorni fino a un
massimo di 8-10 mesi. La forma, di 15 /30 cm di diametro, è cilindrica con facce piane o quasi piane; lo scalzo,
alto da 5 a 20 cm, è diritto o leggermente convesso; il peso è compreso tra 1 e 7 kg. L'aspetto esterno è
sufficientemente consistente, di colore paglierino tendente, con il protrarsi della stagionatura,
al grigio con sfumature rossicce. La pasta ha struttura compatta con occhiatura sparsa di piccole e medie
dimensioni; al taglio il colore si presenta bianco nel formaggio fresco, paglierino più o meno
intenso in quello a prolungata stagionatura.
Il grasso sulla sostanza secca deve essere inferiore al 20 % nella tipologia a basso contenuto di grasso e
compreso fra il 20 e il 35% nella tipologia semi-grassa.
Il sapore del Fromadzo è caratteristico, fragrante, semi-dolce, se fresco; più pronunciato, leggermente
salato, talvolta con una punta di piccante, se stagionato; presenta un profumo gradevole di latte, con l'aroma particolare
di erbe e fiori di montagna specie se prodotto nel periodo estivo. Il formaggio può essere aromatizzato mediante
l'aggiunta in lavorazione di parti di piante aromatiche quali bacche di ginepro, semi di cumino o di finocchio selvatico.
Il prodotto a breve e media stagionatura è utilizzato da tavola accompagnato con pane integrale di segale o polenta mentre
quello a prolungata stagionatura viene talora grattugiato per valorizzare il gusto di primi piatti come minestre,
zuppe e pasta; si abbina felicemente con vini rossi locali quali Enfer d'Arvier, Torrette, Chambave Rouge,
Arnad-Montjovet e Donnas.
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