Ru dou Pan Perdu

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Quota di partenza: 
1 025 m
Quota di arrivo: 
1 200 m
Dislivello: 
175 m
Tempo di salita o complessivo*: 
0h30'
Tempo di discesa: 
0h15'

Introduzione

Questo breve itinerario porta ai piedi di uno dei pilastri principali del ru du Pan Perdu, il canale irriguo lungo una ventina di km che portava le acque del torrente Marmore fino ai pianori aridi del comune di Verrayes.
Non si conosce con precisione la data di costruzione di questa opera imponente, ma è probabile che i lavori siano stati eseguiti tra il XIII e il XIV secolo. Verso il 1250 venne infatti costruito il ru de Joux che deriva l’acqua dal torrente Saint Barthélemy portandola a Verrayes mentre il ru du Pan Perdu di Châtillon, che portava l’acqua del torrente Marmore da Antey a Saint-Vincent, risulta donato a Pietro di Challant, e dunque esistente, nel 1325.

Descrizione

Lasciata l'auto si attraversa la strada regionale e seguendo le indicazioni per il sentiero 105 si raggiunge il piccolo oratorio dedicato alla Madonna. Si sale poi sulla sinistra e dopo una trentina di metri si gira a destra percorrendo il sentiero che passa alle spalle del piccolo gruppo di case abbarbicate al ripido pendio. In pochi minuti si arriva al bivio dove si dividono i sentieri per la chiesetta di Navillod e il ru del Pan Perdu, si prosegue sulla destra, in piano, attraversando i pascoli all’ombra di alcuni frassini fino a raggiungere il piccolo ponte metallico che attraversa il torrente di Torgnon ai piedi del muraglione della strada regionale.
Si attraversa il torrentello, poi si sale lungo un tratto della vecchia strada Antey-Torgnon e dopo aver attraversato la strada regionale, subito dopo il ponte della strada nuova, si imbocca sulla destra il sentiero 105 che sale ripido lungo l'argine fino a raggiungere il ponticello il legno che scavalca l'acqua.
Da questo punto il sentiero diventa molto meno faticoso, la pendenza si riduce e si prosegue zigzagando prima tra i lastroni tagliati della vecchia cava di marmo poi tra i massi di una antica frana colonizzati dalla pervinca dai bellissimi fiorellini azzurri. Poco dopo la fine della frana, arrivando ai piedi della parete rocciosa si intravedono in alto tra gli alberi i pilastri che reggono il tracciato del ru. Si prosegue quasi in piano, a lato del sentiero, su un pietrone del muro a monte si nota la curiosa incisione “1879 7B” che indica con un piccolo gioco di parole l’anno e il mese in cui sono terminati i lavori: 1879 7(m)B(re) = settembre. Poco più avanti tra i pini radi si apre un bellissimo scorcio sul borgo di Antey con sullo sfondo la vetta del Tantané, proseguendo per alcuni minuti si raggiungono i primi tornanti e all’altezza del quarto, poco prima prima di un roccione su cui è tracciato un segnavia giallo, si esce dal sentiero sulla sinistra, proprio sulla curva, e seguendo per una quarantina di metri la traccia che sale a zig-zag in mezzo al bosco si giunge alla base del monumentale pilastro a sezione quadrangolare di circa 2.20 per 2.80 m che puntellava i roccioni dove passava il ru.
Chi lo desidera, prestando particolare attenzione alla caduta di sassi, può recarsi sul tracciato originario del canale; occorre passare dietro al vecchio pilastro e risalire il pendio davanti ai due archi fino a raggiungere il piccolo fazzoletto di terra in piano dove all’ombra di un piccolo pino termina l’itinerario.

Curiosità

In alcuni scritti si attribuisce la costruzione di ru e torri ai saraceni che avrebbero soggiornato in Valle d’Aosta intorno all’anno mille, è possibile queste imponenti vestigia siano state costruite sotto la dominazione araba? Senz’altro no. In realtà l’unico documento che attesti l’attività della suddetta popolazione al di qua delle alpi lo si trova nella "cronaca di Novalesa" scritta verso la metà dell'anno mille nella quale viene descritta l'occupazione e il saccheggio del monastero della val di Susa avvenuti nei primi anni del X secolo da parte di bande di “saraceni”.
A partire dal 1200, ecco l’origine della leggenda, comincia a diffondersi nelle alpi l'uso di indicare come saraceni oggetti o resti di fabbicati antichi o realizzati con tecniche non più usuali: nel 1327 infatti vengono indicate come saracene le mura romane di Susa, e verso la metà del XIV secolo presso Ivrea si indicano come tegule saracenorum i vecchi tegoloni utilizzati nelle costruzioni romane.
Numerosi eruditi dal XVII secolo in poi applicarono una buone dose di fantasia al tema inventando cronache apocrife che attribuivano ai saraceni opere e attività che non hanno nessun riscontro storico.

Autore

  • Consulta tutte le relazioni di escursionismo di Gian Mario Navillod
  • Consulta la pagina di [[Gian Mario Navillod]]

Bibliografia

  • Patrick Barrel Annalisa Bovio Flavio Dalle, [[Passeggiando lungo i ru]], Martini Multimedia Editore, Saint-Vincent, 2008
  • U. Torra, la Valtornenche, le sue antichità, Tipografia Eporediese 1973
  • Ronc M.C., La valle del Cervino, Torino 1990
  • Settia A., la tradizione inventata: i saraceni nelle alpi marittime, in L'Alpe n° 3, Ivrea 2000
  • Sanna C., Le testimonianze grafiche … , in Lo Coucou n° 17, Verrès 2002

Cartografia