A piedi sul ghiaccio

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L'antefatto è del 1997, quando Laurence de la Ferrière, una allora quarantenne alpinista francese non nuova ad imprese estreme, madre di due bambine che vivono con lei a Chamonix, lascia la base antartica di Hercule Inlet per raggiungere da sola ed a piedi il Polo Sud, distante 1331 km. Contro tutte le previsioni vi riesce e l'eco della sua impresa compie il giro del globo, entusiasmando quanti hanno conoscenza del particolare ambiente polare.
Due anni dopo è tempo di rilanciare: superate le difficoltà economiche (il costo della nuova spedizione è di circa 600 milioni di lire) e tecniche, grazie all'impegno di numerose ditte fornitrici del materiale ed alla perizia di collaudatrice della Ferrière stessa, inizia la nuova sfida. Questa volta si tratta di partire dal Polo Sud, dove vi è una base statunitense, per raggiungere Dome C, base scientifica franco-italiana ancora in via di costruzione a 1664 km dal polo, e da qui la costa a sud della Tasmania, dove sorge la base di Durmont d'Urville, distante 1112 km dalla precedente, per un totale di quasi 3000 km da coprire con gli sci ai piedi ed una slitta di circa 140 kg al seguito.
La riuscita di questa impresa, durata 73 giorni a cavallo del capodanno 2000, è sì dovuta al progresso tecnologico: vestiti termici, sistemi di navigazione satellitare, contatto telefonico permanente con un'équipe di appoggio e con il resto del mondo, familiari compresi, uso di speciali vele a cassoni che hanno permesso di percorrere anche 100 km in un giorno, ma ciò che emerge dalla lettura di questo libro è che là in mezzo al vento, ad una temperatura media di -35°, unico puntino colorato in un oceano bianco c'era una donna, un essere umano con tutte le sue componenti fisiche e spirituali. Le poche ma significative immagini allegate al testo completano l'impressione che laggiù, tra il novantesimo grado di latitudine e i 66° 40' S - 140° 01' E, si sia compiuto qualcosa di incredibile: una lotta senza precedenti (mai nessuno aveva calpestato quella zona di pianeta) contro degli elementi naturali, che invece di rivelarsi dei nemici spietati a poco a poco sono diventati dei formidabili alleati. A due di essi Laurence de la Ferrière dedica infatti il titolo del suo diario: il vento che le ha fatto patire l'inimmaginabile, ma che poi l'ha letteralmente trascinata al successo, ed il ghiaccio, che per ore ed ore ogni giorno le scorreva sotto gli sci, sempre uguale, ma sempre insidioso, pronto a nascondere qualche increspatura maligna con conseguenze che potevano rivelarsi drammatiche.
Ancora una volta, sprofondati nelle nostre poltrone ci poniamo le solite domande: perché fare tutto ciò? Perché lasciare due bambine a casa per mettere a repentaglio la propria vita? Perché scegliere di soffrire fino al punto da doversi strappare da sola le unghie dai piedi semicongelati?
Fortunatamente non siamo i soli a porci questi interrogativi, ma anche i più cari amici e membri indispensabili dell'équipe di appoggio della protagonista non possono esimersi [...] «Questa è una domanda che mi innervosisce al massimo! - sbotta la Ferrière - Si chiede forse a un uccello perché sente il bisogno di volare?».

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