San Martino

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“La nebbia a gl'irti colli piovigginando sale, e sotto il maestrale urla e biancheggia il mar; ma per le vie del borgo dal ribollir de' tini va l'aspro odor de vini l'anime a rallegrar. Gira su' ceppi accesi lo spiedo scoppiettando: sta il cacciator fischiando su l'uscio a rimirar tra le rossastre nubi stormi d'uccelli neri, com'esuli pensieri, nel vespero migrar.”
(“San Martino”, di Giosué Carducci)

Antica poesia, studiata a memoria alle elementari, e non compresa allora nella sua bellezza e semplicità. E oggi, tanti anni dopo, apprezzata e ripensata, con una punta di critica: Giosué, hai dimenticato di narrare quanto è bello il bosco d’autunno, stinto nella nebbia.

Percorro il bosco di mezza-montagna, avvolto in una nebbia gentile, abbastanza fitta da impregnare l’aria della propria presenza, ma non tanto da impedirmi di vedere ciò che mi circonda. Il paesaggio si svela a poco a poco, centellinato, come un degustatore di vini assaggia stilla dopo stilla il sapore e gli aromi. Quando vedi tutto subito, è come tracannare un bicchiere d’un sol fiato. Un albero dopo l’altro, lentamente. La nebbia risparmia i colori d’autunno, e li fa durare più a lungo, li stinge e li preserva.

La mente si monda in questo bagno, e lo spirito può partire per nuove destinazioni. I pensieri restano indietro, risucchiati nella nebbia passata, e lo spirito s’accomuna al paesaggio. Il silenzio, la solitudine, il sentiero che si svolge davanti a me, tutto mi porta a vivere d’immensa tranquillità il viaggio, tra questi boschi, una volta fonte di sostentamento, e oggi così deserti. La nebbia par lasciar intravvedere fantasmi di piedi scalzi di bambini, che raccoglievano le foglie per lo strame, di uomini che sceglievano con cura un albero, uno solo, da abbattere per la legna ed il falegname, e di donne curve e chine per fare tesoro di castagne e ramoscelli per il focolare. Vaghe eco di ricordi di rumori che galleggiano ed aleggiano, ma devi tendere l’orecchio per credere di sentirli.

La nebbia dona, la nebbia prende. La nebbia mi regala due camosci che arrivano di corsa, si fermano non distanti; la nebbia si prende il panorama, e ti toglie l’assieme. Ti regala un puzzle, pezzo dopo pezzo, e ti prende il tempo per ricomporre il quadro. Ti dona migliaia di quadri fatti con i suoi pezzi, ti ruba la certezza di sapere quale è quello giusto, quello vero. La nebbia ti regala dubbi e domande, la più grande ricchezza che esista, e come pagamento ti ruba la certezza di sapere dove sei, smarrito in paesaggio senza punti di riferimento. E se non sai chi sei, chi sei veramente, ti regala la paura, e ti toglie la tua sicurezza.

Onde si infrangono lungo questo crinale, il maroso di nebbia che sale, il reflusso che scende. E quasi vedi il fondo di questo immenso mare, non la sabbia, ma l’azzurro del cielo, che forse fa capolino, e forse no.

E’ breve la vista, e fa risaltare ciò che normalmente non noti: quel singolo albero, che da solo si erge come guardiano e sentinella. Quell’albero, che nell’immenso panorama della valle, non avresti mai notato.

La nebbia è amica, e mi accompagna silenziosa, perché il rumore lo si condivide con i conoscenti, ma il silenzio unicamente con gli amici. E se fossi poeta, completerei la poesia di Giosué, raccontando del viaggio del cacciatore nel bosco, prima che arrivi a casa a fischiettare sull’uscio.

(pensieri sparsi nati durante un’escursione da Camorino a Lugano)