Aosta

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Aosta
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Aosta, Piazza Chanoux ©2013 Massimo Martini

Scheda informativa

Superficie: 21,39 kmq
Altitudine: 583m
Maggior elevazione: Punta Chaligne (2607m)
Numero abitanti: 34619
Nome in dialetto: Veulla
Nome abitanti: aostani
Santo Patrono: San Grato (7 settembre)
Sito internet: www.comune.aosta.it
Webcam:
Comuni confinanti: Charvensod, Gignod, Gressan, Pollein, Roisan, Saint-Christophe, Sarre
Villaggi e frazioni: Arpuilles, Beauregard, Bibian, Bioulaz, Borgnalle, Brenloz, Busséyaz, Cache, La Combe, Les Capucins, Chabloz, Champailler, Collignon, Cossan, Cotreau, Duvet, Entrebin, Excenex, Les Fourches, Laravoire, Montfleury, Movisod, Pallin, Papet, Pléod, Porossan, La Riondaz, La Rochère, Roppoz, Saraillon, Saumont, Seyssinod, Signayes, Talapé, Tsanté, Tzambarlet, Vignole
Alpeggi:

Descrizione

Fin dalla sua fondazione, nel 25 a.C., la città di Aosta ha sempre costituito il cuore della regione circostante, che successivamente ne ha assunto il nome: Valle d'Aosta. Posta ad un'altitudine di 583 m, conta circa 35.000 abitanti ed è il capoluogo della Regione Autonoma Valle d'Aosta.
 

Aosta nella storia

Dalla preistoria ai Romani

Non vi sono testimonianze storicamente attendibili sull'esistenza di una città o di un villaggio costruito sull'area di quella che è diventata l'attuale Aosta a partire dal 25 a.C. Solo i resti di una necropoli e di un'area di culto nella periferia ovest (nei pressi della chiesa di Saint-Martin-de-Corléans) certificano che la zona era frequentata da popolazioni primitive: gli esperti infatti datano i reperti ritrovati al terzo millennio a.C. Non si tratta di imponenti monumenti di tipo megalitico: a parte diverse stele lapidee incise con soggetti antropomorfi, l'area oggetto di scavi ha messo in luce delle testimonianze che solo la guida di un esperto permette a tutti di poter apprezzare; sono assai interessanti, invece, i paralleli che si è potuto effettuare tra le diverse culture europee dell'epoca e quella presente nel centro della Valle d'Aosta. Quest'ultima infatti non ha affinità con i vicini più prossimi della pianura Padana, mentre rivela similitudini con popolazioni stanziate in Svizzera ed in Sud-Tirolo: addirittura si ipotizza che la stessa mano che ha scolpito le stele di Saint-Martin abbia anche prodotto quelle ritrovate in Svizzera nei pressi di Sion. Parlando di fatti avvenuti circa cinquemila anni fa non ci resta che stupirci della "mobilità" della cultura del tempo.
Di certo sappiamo che appena prima dell'avvento dei Romani, in Valle d'Aosta viveva una popolazione denominata Salassi. L'origine di questo popolo è incerta e due scuole di pensiero si sono adoperate per iscriverli ora al ceppo ligure ora a quello celtico. Oggigiorno sembra prevalere l'idea che essi fossero di stirpe celtica: tale affermazione è suffragata, tra l'altro, dall'analisi filologica di alcuni vocaboli e toponimi del dialetto valdostano, assai simili all'antico celtico e dall'osservazione di certi comportamenti collettivi, almeno secondo la descrizione assai sommaria trasmessaci dagli storici romani.
Sicuramente non ha alcun fondamento la leggenda secondo la quale i Salassi avevano fondato una città di nome Cordelia, così chiamata dal nome del loro mitico capostipite. Sembra infatti che essi preferissero i piccoli agglomerati di collina o di media montagna, come testimonia il tracciato della strada che da Saint-Pierre raggiunge la valle del Gran San Bernardo e che tradizionalmente si fa risalire ai primi abitanti della Valle.
Il primo urto con la potenza di Roma avviene dopo che la grande potenza latina ha liquidato la "questione" cartaginese: i Galli erano stati alleati di Annibale e come tali costituivano un pericolo per la sicurezza, inoltre i Romani non avevano mai dimenticato di aver in passato capitolato di fronte a questo popolo. La strategia prevede la costruzione di una serie di città fortificate, abitate dai militari e dalle loro famiglie, veicolo di diffusione della cultura dei nuovi dominatori: così si costringono le genti native che non vogliono integrarsi a rifugiarsi sempre più verso le montagne (aborrite dai Romani), ultimo esempio di esse, per quanto ci riguarda, Eporedia (Ivrea), fondata nel 100 a.C. Inoltre il problema del transito in sicurezza attraverso i due valichi principali verso la Savoia ed il Vallese diviene di tale importanza da indurre l'imperatore Augusto ad inviare il suo luogotenente Aulo Terenzio Varrone Murena a "pacificare" l'area. La questione si è risolta con un intervento armato pesante, nato da ragioni pretestuose e concluso con il successo delle armate romane solo grazie all'inganno. Magra consolazione: il Varrone ha in seguito pagato la sua eccessiva ambizione personale restando invischiato in una presunta congiura conclusasi con la regolare esecuzione dei suoi protagonisti, secondo la migliore tradizione degli intrighi politici del tempo.
Tradizionalmente si è sempre parlato di un vero e proprio genocidio subìto dai Salassi, completato con la riduzione in schiavitù dei superstiti, la loro deportazione in terre lontane, sotto un vincolo ventennale da rispettare prima dell'eventuale emancipazione a liberto, provvedimento dettato dal carattere fieramente ostile ed indomabile dei montanari. Anche in questo caso si tratterebbe di informazioni "tendenziose" forniteci dagli storici romani di epoca successiva ai fatti, preoccupati di dare un fondamento ideologico ad un'azione sostanzialmente poco gloriosa ed in odore di auri sacra fames (fame di oro). A suffragare questa ipotesi storiografica vi sono alcune testimonianze archeologiche: sono state ritrovate delle iscrizioni lapidee che testimoniano la presenza di famiglie di etnia salassa nella successiva città romana (una di esse, dedicata all'imperatore Augusto nel 23 a.C. recita: Salassi incolae qui initio se in coloniam contulerunt patrono).

Aosta città romana

Terminata la guerra ed imposta la pax romana, poteva nascere una nuova città, proprio sul tracciato dell'accampamento dei legionari, luogo rivelatosi strategicamente vincente perché posto nel cuore del territorio nemico.
Il suo nome, Augusta Praetoria Salassorum, racchiude tutta la storia che l'ha generata: "Augusta" in onore dell'imperatore Augusto, che di fatto l'aveva voluta; "Praetoria" perché i suoi primi abitanti-coloni erano dei pretoriani in congedo; "Salassorum", cioè "dei Salassi" ricorda a chi apparteneva in origine quel territorio e forse leniva un po' l'orgoglio ferito dei perdenti.
Di fatto Augusta Praetoria (il salassorum si è perso rapidamente) nasce nel 25 a.C. come una città grande per l'epoca: le sue dimensioni lasciano ipotizzare che sia dimensionata per trenta/quarantamila abitanti, di cui sicuramente i veri e propri romani non potevano essere che qualche migliaio e probabilmente più che altro romani di diritto piuttosto che di stirpe.
Le testimonianze archeologiche trasmesseci sono imponenti: sono tuttora in buono stato di conservazione il ponte sul torrente Buthier (che nel corso dei secoli ha spostato il suo letto), l'arco trionfale dedicato ad Augusto, la porta Praetoria, che si apriva sull'asse viario principale (Decumanus Maximus), le mura di cinta con alcune torri poi sopraelevate in epoca medievale, il teatro, il foro, più tutto un assortimento di reperti esposti al Museo archeologico regionale.
La fortuna della città è legata alla sua posizione all'incrocio delle due strade principali che valicano le Alpi dal Columnae Jovis (Piccolo San Bernardo) e dal Mons Jovis (Gran San Bernardo). Finché l'impero romano ha potuto garantire la sicurezza dei traffici, Aosta è veramente il luogo dove confluiscono i flussi commerciali da e per buona parte della Gallia. Con il disgregarsi dell'unità politica prima, e del tessuto sociale di stampo latino poi, inizia una crisi secolare, che riduce l'antica città ad un borgo di poche migliaia di abitanti, in gran parte male alloggiati in fatiscenti casupole addossate le une alle altre e costruite grazie al saccheggio delle strutture degli antichi monumenti.

Le tracce dell'epoca

L'arco di Augusto (I secolo a.C)
Ponte Romano sul Buthier (I secolo a.C)
Il teatro (I secolo d.C)

L'alto medioevo

Il periodo compreso tra la fine dell'epoca romana antica e l'undicesimo secolo ci ha lasciato poche testimonianze documentarie su quella che fu l'evoluzione della città di Aosta: si tratta soprattutto di ritrovamenti di tipo archeologico il cui grave mutismo deve essere mediato dalle deduzioni degli esperti.
Politicamente tutta la Valle d'Aosta lascia progressivamente l'influenza italica per passare sotto quella barbara prima, poi franca, quindi borgognona (fino al 1032, data della morte dell'ultimo re di Borgogna, Rodolfo III). Il latino viene sostituito da parlate franco-provenzali, analoghe a quelle della Savoia e del Vallese; la stessa chiesa, unica istituzione certamente operante sul territorio, abbandona la sua dipendenza gerarchica da Vercelli e Milano per passare alle dipendenze dell'arcivescovo di Tarantasia (la regione francese con capoluogo Moûtiers).
Le poche testimonianze della vita di allora riguardano gli edifici religiosi. In primo luogo la Cattedrale: recenti scavi datano il suo nucleo originario addirittura al IV secolo, quando sarebbe stato rimaneggiato ad uso religioso un precedente edificio civile. La sua struttura imponente è però molto più recente, dato che fu il vescovo Anselmo (994-1025) a far edificare una chiesa dotata di pilastri possenti, poi mantenuti nelle ricostruzioni successive.
L'altro polo archeologico della città, quello della basilica di S. Lorenzo nel borgo di S. Orso, testimonia l'esistenza di una chiesa paleocristiana, probabilmente eretta in un'area cimiteriale: qui infatti sono state rinvenute le sepolture dei primi vescovi della città, tra cui S. Grato, patrono dell'intera diocesi. Di fronte ad essa la chiesa di S. Orso con il suo campanile ed il chiostro mostrano tracce di diverse rielaborazioni, anche se prevale l'estetica lasciataci dal restauro di fine quattrocento: l'occhio esperto però noterà la base romana del campanile, la cripta di epoca "anselmiana", il chiostro del XII secolo con i suoi pregiatissimi capitelli.
Di poco successivi al periodo cosiddetto dell'alto medioevo sono anche altre testimonianze della vitalità dell'Aosta del tempo: il campanile romanico nell'attuale via Festaz, dove i benedettini di Fruttuaria eressero nell'XI secolo un convento con annessa scuola, che per secoli fu il centro culturale della città. Attualmente vi trova posto la struttura dedicata alle esposizioni denominata Saint-Bénin, mantenendo così il nome dell'antico priorato.
Ancora del XII e XIII secolo sono i nuclei dell'attuale Seminario Maggiore (in via Xavier de Maistre) allora denominato priorato di Saint-Jacquême, e del convento femminile, ora di Saint-Joseph, posto sull'area dell'anfiteatro romano, mai riportato alla luce.
Infine è del XIII secolo la nascita del convento dei francescani, dove ora sorge il municipio: evidentemente si trattava di un luogo predestinato al governo della cosa pubblica, dato che le principali istituzioni di autogoverno, gli Stati Generali e la loro emanazione, il Conseil des Commis, usavano riunirsi nella grande salle dei padri conventuali (Cordeliers).

Medioevo e rinascimento

La rinascita della città è testimoniata dal moltiplicarsi delle fonti documentarie, praticamente inesistenti per quanto riguarda i secoli antecedenti all'anno mille. In primo luogo bisogna sottolineare l'importanza assunta dal vescovo anche in campo civile: è infatti nei pressi del vescovado (adiacente alla Cattedrale) che si trovava lo scriptorium dove si formalizzavano gli atti di compravendita, certificati mediante redazione della cosiddetta Charta Augustana, fenomeno del tutto singolare nel panorama della storia del notariato e della paleografia medievale.
Una relativa stabilità politica favorì la ripresa degli scambi commerciali tra i due versanti delle Alpi e quindi la città di Aosta ritrovò il suo ruolo di crocevia che aveva già assunto in epoca romana. Purtroppo però lo schema istituzionale non era più così chiaro come sotto l'imperatore di Roma: infatti diversi signorotti locali si spartivano il dominio su un pugno di case ed imponevano a loro arbitrio tasse e pedaggi ai viandanti. Questa situazione ha portato alla (ri)costruzione di una ricca dotazione di torri, dato che le famiglie più influenti le usavano come residenza (citiamo a titolo di esempio la Torre di Porta Pretoria, la tour Fromage, la Tourneuve), mentre dal punto di vista meramente istituzionale si era di fatto in uno stato di semi-anarchia, aggravato da continue lotte di quartiere. La svolta si ebbe nel 1191, quando a seguito dei buoni uffici del vescovo Valberto e di altri notabili il giovane conte di Maurienne (poi di Savoia) Tommaso I si impegnò a prendere sotto la sua giurisdizione la città, a proteggerne gli abitanti ed i viandanti, e soprattutto a non imporre delle imposte senza il previo consenso degli interessati; contemporaneamente il popolo riconosceva la sovranità del conte, ne sosteneva le finanze con un "donativo" periodico, e l'esercito con l'arruolamento dei propri cittadini. L'accordo, denominato Charte des franchises (Carta delle franchigie), è considerato da molti studiosi la pietra angolare su cui si è costruita tutta la storia dell'autonomia e del particolarismo delle istituzioni politiche valdostane.
Gli effetti furono considerevoli: terminò lo strapotere delle famiglie locali, che rivolsero il loro interesse alle zone rurali; fecero l'apparizione le figure prima del visconte (il "vice-conte" nella persona di un membro di casa Challant), poi a seguito della soppressione della carica, del balivo; prese un notevole sviluppo il settore artigianale, che andava localizzandosi nel Borgo, il quartiere fuori dalle mura ad est della città; andò inoltre delineandosi un diverso aspetto urbanistico, caratterizzato dal parziale abbandono dell'ortogonalità romana; si lasciarono le torri e le case-forti e sorsero i primi veri palazzi, come la presunta casa di S. Anselmo ed il palazzo Lostan (nell'omonima via). Il quarantennale cantiere "sponsorizzato" dal priore Giorgio di Challant, che conferì l'impianto attuale al complesso monumentale di S. Orso, è l'ultima testimonianza cronologica (1470-1510) di un periodo d'oro per la città, che vide la realizzazione di tutte le principali opere d'arte ammirabili nella Cattedrale e nel suo Tesoro, cui si aggiungono diversi codici preziosi conservati in appositi archivi.

La crisi politica del XVI secolo e la successiva decadenza

A segnare un altro momento capitale della storia della città di Aosta e del territorio circostante è l'anno 1536. In guerra contro l'impero ispano-asburgico guidato da Carlo V, l'esercito di Francesco I, re di Francia, invade la Savoia, occupa Chambéry e da qui dilaga nel Piemonte. A nord delle Alpi le truppe dei protestanti bernesi occupano i cantoni del Vallese e di Vaud, anch'essi possedimenti sabaudi; la città di Ginevra insorge e caccia i rappresentanti ducali ed il vescovo, abbracciando la riforma protestante ed in particolare il calvinismo. Il ducato di Savoia di fatto non esiste più. Solo la Valle d'Aosta resta indenne da invasioni e sommosse, ma sembra solo una questione di tempo: infatti i predicatori riformisti hanno cominciato la loro opera e già le parrocchie di Torgnon ed Antey sono state colpite dall'interdetto dell'autorità ecclesiastica a causa della loro "simpatia" verso le nuove dottrine. Anche alcuni nobili e borghesi della città sono stati conquistati dalla Riforma. E' giunto dunque il momento della "scelta di campo".
In una memorabile sessione degli Stati Generali, convocata l'ultimo giorno di febbraio del 1536, l'assemblea sceglie, sembra all'unanimità, di rimanere fedele alla causa sabauda e con essa alla religione cattolica; nomina un comitato esecutivo che denomina Conseil des Commis; forma una milizia locale e dà mandato ad una delegazione di stipulare accordi di neutralità e di non belligeranza con gli stati confinanti. Formalmente manca solo la dichiarazione d'indipendenza per avere un nuovo staterello o un nuovo cantone da federare ai vicini svizzeri.
Se da un lato la guerra generale non tocca la Valle d'Aosta grazie alla sua politica indipendente ed equidistante dalle nazioni in lotta, in pratica ne mette in ginocchio l'economia, in particolare quella del capoluogo, che si era orientato sui traffici commerciali e sullo sviluppo dell'artigianato. La strada delle Gallie viene progressivamente abbandonata, i borghi decadono e l'economia si ripiega su sé stessa. Né vale a risollevare le sorti la restaurazione del dominio sabaudo dopo il trattato di Cateau-Cambrésis (1559). Il neo duca Emanuele Filiberto in un primo momento sembra premiare la fedeltà dei valdostani autorizzando una specie di autogoverno, ma di fatto tende a rosicchiarne l'autonomia ed a soffocarli di imposte e dazi. E' questo il filo conduttore della politica dei Savoia per i secoli successivi, fino al loro trionfo finale ottenuto con la soppressione dell'ormai inutile Conseil des Commis alla fine del XVIII secolo.
Ad aggravare la situazione si aggiungono la terribile peste del 1630, che falcidia i due terzi della popolazione della regione, e l'inizio della cosiddetta "piccola glaciazione": un sensibile raffreddamento del clima con conseguenze disastrose sui raccolti e sugli ultimi traffici transfrontalieri. La marginalizzazione della regione porta come conseguenza anche una minore circolazione della cultura, che di fatto diventa monopolio del clero: esso gestisce le uniche scuole esistenti, che solo a partire dal 1655 si rivolgono anche ad un'élite femminile, grazie all'insediamento in città delle Canonichesse di Lorena (nella casa all'angolo sud-est dell'odierna piazza Chanoux).
Non mancano alcune nuove costruzioni: il Palazzo Roncas (ostinatamente ancora oggi adibito a caserma dei Carabinieri), l'Hospice de Charité (ora Biblioteca Regionale) realizzato grazie al lascito di Boniface Festaz, l'Hôtel des États concepito come sede del Conseil des Commis (ora adiacente al municipio); mentre in campo religioso segnaliamo la chiesa di Santa Croce, quella di Saint-Martin-de-Corléans (non l'attuale a forma di pagoda!), quella del collegio di Saint-Bénin (ora sede di esposizioni d'arte), la ricostruzione di Saint-Étienne e del vescovado.
Secondo il "testimone oculare" Jean-Baptiste De Tillier, per più di quarant'anni segretario del Conseil des Commis, nonché uno dei principali storici valdostani di tutti i tempi, lo spettacolo che offre la città di Aosta all'inizio del settecento è ben misero: la maggior parte delle case è costruita senza alcun criterio urbanistico e molte sono quelle provviste di stalle per il bestiame, con le prevedibili conseguenze sulla loro igiene e su quella dei vari viottoli circostanti. All'interno della cerchia muraria è maggiore lo spazio occupato da orti e frutteti rispetto a quello abitativo, segno di un clamoroso calo demografico rispetto all'antichità. La strada principale, allora come oggi quella che dalla Porta Pretoria raggiunge la Croce di Città, appare sovente deserta, non tanto a causa dell'esiguo numero di persone agiate che vi risiede, quanto per colpa di una vera e propria mancanza di società civile. («La solitude cependant y regne presque toujours, non pas tant par le petit nombre de familles aisées dont elle est habitée, que par le défaut, si on me permet de le dire, de la société civile avec laquelle on y vit». J.-B. De Tillier, Historique de la Vallée d'Aoste, Aosta 1966, pp.117-118).
La popolazione residente all'inizio del XVIII secolo è infatti precipitata a circa 2800 persone; le famiglie benestanti non superano la quindicina; il numero dei mendicanti è considerato "prodigioso" anche secondo i pur elastici standard dell'epoca. Il clero costituisce una presenza massiccia, forse perché può offrire una minima sicurezza economica ai suoi appartenenti: occupa circa la metà del territorio cittadino e la sua consistenza numerica è valutabile intorno al dieci per cento degli abitanti. Possiamo dunque affermare che a conclusione di duecento anni complessivamente negativi (1550-1750) la città di Aosta ha toccato il punto minimo in prosperità e prestigio: avendo toccato il fondo non le resta che risalire la china.

Settecento ed Ottocento

Nel corso del XVIII secolo iniziò per Aosta un lento processo di crescita, sia economica che demografica: il lungo periodo di pace successivo al 1748 (pace di Aquisgrana) favorì l'immigrazione di contadini ed artigiani. Ma mentre i contadini provenivano dalle vallate laterali, gli artigiani erano per lo più dei piemontesi. Essi iniziarono il processo di italianizzazione di una città, che fino ad allora non aveva conosciuto altre lingue se non il francese ed il patois.
Il grande scossone all'ordine costituito si ebbe in seguito alla Rivoluzione Francese: nel settembre del 1792 le armate rivoluzionarie invasero la Savoia. La linea del fronte alpino attraversò la Valle d'Aosta. Alcune chiese, il Collegio ed il Seminario di Aosta furono requisiti per alloggiare le truppe, mentre in città si riversavano i fuoriusciti savoiardi, molti dei quali nobili o religiosi.
Nel 1798 le armate francesi entrarono in Aosta e nel gennaio dell'anno seguente vi installarono un governo municipale provvisorio. Gli influssi del giacobinismo furono assai limitati, fatto salvo per il crescente malcontento suscitato dalla pesante fiscalità e dall'atteggiamento oltraggioso del nuovo potere verso le secolari tradizioni civili e religiose della comunità locale. La più importante conseguenza di ciò fu la prima Révolution des Socques ai primi di maggio 1799, così chiamata dalle calzature di legno che portavano i rivoltosi partiti dalla campagna, soprattutto da Champorcher e Donnas. Già entro la fine del mese stesso le truppe austro-russe liquidarono la municipalità giacobina, ma esattamente un anno dopo furono le armate di Napoleone a ripresentarsi in città, per poi proseguire verso la vittoria di Marengo, con la conseguente fine (per un quindicennio) del regno sabaudo.
Al potere napoleonico si devono però notevoli influenze sul tessuto sociale ed urbanistico della città di Aosta. In primo luogo essa venne amministrativamente accorpata ad Ivrea, in un unico Département de la Doire, mentre la sede vescovile fu abolita ed annessa a quella di Biella e della stessa Ivrea; quindi la città fu sottoposta ad un pesante processo di laicizzazione, comprendente l'espulsione della maggior parte dei religiosi regolari, la vendita dei beni ecclesiastici e la chiusura di diverse chiese con relativo spoglio dei loro arredi. Malgrado la restaurazione post napoleonica, la maggior parte di questi provvedimenti ebbero conseguenze definitive.
L'espulsione ed il non ritorno dei padri francescani conventuali, che avevano la loro sede nel cuore della città, liberò di fatto una vasta area, sulla quale fu edificato tra il 1836 ed il 1842 il nuovo Municipio (cioè l'attuale), mentre l'abbattimento della chiesa di San Francesco lasciò il posto alla grande piazza antistante (per circa un secolo Piazza Carlo Alberto, ora Piazza Chanoux). Se questa realizzazione fu senz'altro la più "spettacolare", non di minore importanza furono l'abbattimento di numerose porte che sbarravano le vie centrali, la rettificazione di alcune vie e l'interramento di canali irrigui e di scolo. Insomma Aosta cominciava ad assumere il volto di una vera città, aperta ai traffici commerciali ed amministrata con criteri più moderni, simboleggiati dall'abolizione del doppio sindaco (del Bourg e della Cité) e dall'adozione del Règlement d'embellissement de la ville, primo tentativo di piano regolatore.

Aosta centro turistico

Una prima occasione di notorietà, giustamente meritata dal capoluogo valdostano, fu legata alla ricchezza delle sue vestigia romane: l'appellativo di "Roma delle Alpi" circolava già nel XVI secolo, ma l'isolamento della regione, dovuto alle vie di comunicazione difficilmente percorribili, non aveva portato giovamento alcuno all'economia locale. I pochi visitatori illustri, che poi proponevano al pubblico relazioni entusiastiche su quanto avevano visto, non trovavano un seguito tale da giustificare l'affermazione di una precoce "nascita del turismo".
Bisognò attendere la cultura romantica e la sua scoperta dei paesaggi immacolati da un lato, e l'affermarsi dell'avventura alpinistica dall'altro, per poter parlare di un significativo interesse verso Aosta ed il suo territorio.
I circoli "progressisti" già avevano individuato nella salvaguardia delle antichità romane e nella loro "valorizzazione" un potenziale volano per l'economia cittadina. Il piano regolatore del 1842 già lo diceva apertamente, mentre anche alcune figure di religiosi si impegnarono in questo senso, prima fra tutte il Priore di S. Orso, Jean-Antoine Gal, fondatore dell'Académie de Saint-Anselme e presidente del Comité pour la Conservation des Antiquités du Duché.
Dal punto di vista dello "sfruttamento" della montagna come richiamo per i forestieri, fu un altro ecclesiastico a distinguersi in modo particolare: il canonico Georges Carrel. Alpinista lui stesso, divenne un punto di riferimento di importanza europea per i primi conquistatori di vette, promosse la costruzione di rifugi, la redazione di guide, l'assalto alla vetta del Cervino da parte dei suoi conterranei di Valtournenche, fece numerose osservazioni scientifiche e portò ad Aosta il CAI, il 31 agosto 1868, sotto la presidenza onoraria dell'inglese Richard Henry Budden, a cui molti meriti erano riconosciuti nel campo della promozione turistica di questo versante delle Alpi.
Tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento il motore dell'industria turistica si mise definitivamente in movimento, sottolineato dalla fondazione dell'Association pour le mouvement des étrangers, avvenuta nel 1906 nel centralissimo caffè Pollano di Aosta: era la prima associazione di albergatori valdostani, che si proponeva di uniformare ed elevare gli standard di qualità del servizio offerto, a garanzia del cliente e del buon nome dell'intera comunità.

La svolta industriale

Nel periodo compreso tra le due guerre mondiali la città di Aosta conobbe un'ulteriore fondamentale evoluzione: alla periferia sud venne costruita nel 1916 una gigantesca acciaieria. L'opera era dovuta alla Società Ansaldo di Genova, che aveva acquisito le miniere di Cogne. Tralasciando le vicende societarie, assai complesse nell'arco di ottant'anni, possiamo senz'altro affermare che fino al "boom economico" del secondo dopoguerra ci fu un costante crescendo: prima la realizzazione della galleria Cogne-Acquefredde per il trasporto del minerale, poi la costruzione della ferrovia fino a Pré-Saint-Didier per il trasporto del carbone ricavato dalle miniere di La Thuile, quindi l'espansione della produzione, dell'occupazione e la specializzazione nella realizzazione di acciai speciali. La chiusura delle miniere, gli alti costi del trasporto della materia prima e le diverse congiunture dei mercati internazionali, hanno oggigiorno considerevolmente diminuito le dimensioni e l'importanza stessa di questa industria, denominata dai locali "la Cogne", retaggio di una sua antica ragione sociale (Società Anonima Nazionale Cogne).
Ma l'importanza storica e sociologica di questa industria è stata enorme ed un accenno alle più importanti problematiche risulta indispensabile per la comprensione della realtà aostana attuale. La grande acciaieria sconvolse totalmente il tessuto sociale e urbano, provocando il raddoppio della popolazione residente nell'arco del ventennio 1911-1931, e più che triplicandola nel 1951; nel 1939 occupava quasi 3500 addetti, determinando direttamente la sussistenza di metà della popolazione aostana, senza calcolare l'indotto. La maggior parte di questa manodopera era composta in origine da immigrati piemontesi e veneti, mentre solo nel secondo dopoguerra è apparso il "flusso" meridionale. Il risultato è comunque stato quello di una forte italianizzazione della città, fatto fortemente supportato dal regime fascista, che dopo un inizio tollerante, ha inaugurato la ben nota politica di intolleranza verso il pluralismo etnico e linguistico. Sempre allo stesso periodo storico risale l'inizio della costruzione di vasti quartieri popolari nella periferia occidentale, mentre all'interno della cerchia muraria si sono realizzati nuovi edifici pubblici, per fronteggiare un settore terziario in espansione. Monumenti romaneggianti, palazzi in stile neoclassico o nel più moderno "stile fascista", il nuovo Ospedale Mauriziano, caserme e piazza d'armi (ora piazza della Repubblica) hanno sovvertito il vecchio centro cittadino, cresciuto nei millenni ai blandi ritmi dell'esistenza contadina.
Nel secondo dopoguerra si è assistito anche al progressivo degrado del centro storico, abbandonato dall'antica borghesia che vi risiedeva, in favore della circostante collina o dei comuni limitrofi. Solo negli ultimi decenni si è invertita la tendenza e molti palazzi hanno ritrovato nuova vita grazie a costose opere di restauro.
Oggigiorno l'importanza economica del settore industriale, e della "Cogne" in particolare, è nettamente inferiore, a fronte di un settore terziario nettamente predominante. Servizi e commercio sono le attività prevalenti. L'importanza del turismo di massa come fonte di ricchezza è ormai nota a tutti, tanto che l'esigenza di offrire un'immagine attraente della città ha fatto sì che molti lavori di restauro e conservazione si succedano senza soluzione di continuità, non senza difficoltà burocratiche, tecniche e di accordo tra le diverse esigenze ed aspettative dei cittadini.

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