Parco naturale Paneveggio Pale di San Martino

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Scheda del parco

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Descrizione

Gli ambienti naturali

Val Vanoi e Val Canali

Sono due valli dal fascino particolare la cui storia politico-economica è sostanzialmente coincidente nonostante la differente dislocazione sul territorio.
La Valle del Vanoi, caratterizzata da luoghi suggestivi e ancora selvaggi, è un bacino praticamente chiuso su tutti i lati, tranne che nella parte più meridionale, dove confluisce nel Cismon. Si incunea profondamente nel punto in cui il massiccio del Lagorai raggiunge la sua massima profondità in direzione Nord-Sud, biforcandosi tra il gruppo di Cima Cece (2749m) ed il massiccio di Cima d'Asta (2848m). Il paesaggio è stato modificato nei secoli passati da un'impressionante serie di catastrofi naturali (alluvioni e smottamenti) dovute al carattere torrentizio dei corsi d'acqua.
L'incantevole Val Canali, situata nella parte sud-orientale del Parco, a nord è dominata da imponenti gruppi rocciosi del versante meridionale delle Pale di San Martino, mete da sempre ambite dagli alpinisti: Cima Canali (2900m), il Sasso delle Lede (2580m) e la Cima d'Ostio (2405m) fra la Val Pradidali e il Vallon delle Lede, oltre alla Cima dei Lastei (2846m) fra il Vallon delle Lede e la Val Canali. Sono le montagne che dividono, con un triangolo roccioso, la Val Pradidali dalla Val Canali, caratterizzate in alto da ripidi gradini di origine glaciale.
Il punto di congiunzione della Val Pradidali con la Val Canali è nella località Cant del Gal, il cui nome fa riferimento alle arene di canto del gallo cedrone. Qui si trovano una vasta area di parcheggio e punti di ristoro.

Foresta di Paneveggio

I verdi pendii che inquadrano la valle del Travignolo sono testimonianza di questa fase della storia geologica: sono boscosi e ricchi di una vegetazione tipica dei suoli originati dalla disgregazione di rocce magmatiche. La grande foresta di Paneveggio si estende interamente su terreni di questo tipo.

Le Pale di San Martino

A lungo la regione delle Pale di San Martino rappresentò - come si è visto - una zona di confine fra terre emerse e un mare poco profondo caratterizzato da isole emerse, soggette a erosione, e da zone di bassi fondali in cui si depositavano frammenti di roccia e resti organici: qui si depositarono durante l'Anisico (fra 240 e 236 milioni di anni fa) strati di arenarie rossastre e di calcari grigi, alternati talora ai depositi conglomeratici di Richthofen. In alcune zone ove l'ambiente marino era più tranquillo, lontano dagli sbocchi di fiumi o di torrenti che intorbidivano l'acqua, ambienti ricchi di vita davano origine ai sedimenti organogeni della Dolomia del Serla. Un tipico esempio di tali depositi si riscontra nel Castelaz.
Solo in un periodo successivo (il Ladinico, fra 235 e 230 milioni di anni fa) si formarono le scogliere di Dolomia dello Sciliar, che costituiscono il corpo massiccio delle Pale di San Martino. Poco diversa è la Dolomia della Rosetta, che si formò più tardi in un bacino lagunare chiuso, stratificandosi sull'omonima cima e sull'altopiano delle Pale. Fu quella un'epoca di veloce subsidenza, con la piattaforma anisica che si spezzò in blocchi inclinandosi verso sud e verso est, sprofondando in mare.
La zona occidentale (Pale di San Martino, Marmolada, Latemar, Catinaccio) restava vicina al pelo dell'acqua, mentre il lato orientale (corrispondente al Cadore, Comelico, Zoldano) sprofondava in acque profonde. Alghe e coralli si accumularono con rapidità in acque ben ossigenate, pulite e tranquille. Mentre la subsidenza continuava, nuove colonie coralline si sovrapponevano alle spoglie di quelle preesistenti fino a raggiungere uno spessore di circa 800 metri. Ne derivò una dolomia chiara, compatta, cristallina, senza stratificazioni: più antica degli altri tipi di dolomia che caratterizzano il settore orientale delle Dolomiti e il gruppo di Brenta.
Il processo di dolomitizzazione (che deriva dal doppio scambio di calcio e magnesio fra la roccia e le acque marine) non ebbe ovunque la stessa intensità; tant'è vero che, nelle vicinanze, montagne come la Marmolada, la Costabella e il Latemar hanno mantenuto la loro originaria composizione calcarea.

I porfidi del Lagorai e di Cima Bocche

La catena del Lagorai e il massiccio di Cima Bocche sono costituiti da porfidi quarziferi, portano il segno delle glaciazioni quaternarie, l'aspetto più evidente è la presenza dei laghetti d'alta quota, che hanno riempito le conche di erosione degli antichi ghiacciai.
La catena del Lagorai e il massiccio di Cima Bocche sono le ultime propaggini di una grande distesa di montagne scolpite nel banco di vulcaniti della “Piattaforma porfirica atesina”.
Le rocce che la costituiscono - e che con vocabolo poco preciso, ma diffuso chiamiamo porfidi quarziferi - sono il risultato di una serie di eruzioni che circa 270 milioni di anni fa, nel periodo geologico del Permiano, da vulcani situati nella zona di Bolzano coprirono tutta la regione fino a Cima d'Asta con ondate successive di lave e nubi ardenti.
Le ceneri e i detriti incandescenti portati da queste ultime produssero le ignimbriti riolitiche, utilizzate oggi per la preparazione dei “cubetti di porfido” (una cava attiva si trova all'ingresso del Parco, presso il Lago di Forte Buso).

 

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