Sentiero Smeraldo

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sentierando
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Introduzione

Sono verdi come i pascoli, come i boschi e come i rospi smeraldini delle zone umide: è la rete dei sentieri Smeraldo che sta nascendo in Lombardia, Engadina e Alto Ticino, per iniziativa del WWF Lombardo e del del Canton Ticino, nell’ambito dei progetti transfrontalieri finanziati con il programma Interreg, a favore di una nuova identità per un territorio troppe volte dimenticato.

Descrizione

I sentieri Smeraldo si propongono di collegare tra loro il maggior numero possibile delle zone dichiarate SIC, siti di interesse comunitario, presenti nelle regioni interessate: non nuovi percorsi quindi, ma percorsi su tracce già esistenti per osservare e valorizzare l’ambiente nella sua ricchezza e varietà. Quello che tocca il Parco delle Orobie Valtellinesi è sicuramente uno dei tratti più spettacolari, in particolare le tre tappe che attraversano quasi integralmente i S.I.C. delle Valli del Bitto: una traversata che abbraccia i principali alpeggi della Val Gerola e della Valle di Albaredo, dove ancora oggi viene prodotto il noto formaggio seguendo tradizioni secolari tramandate di generazione in generazione, calcando un buon tratto della Gran Via delle Orobie.(G.V.O)
Il nostro punto di partenza è il rifugio Bar Bianco accessibile in automobile percorrendo un tratto di strada bianca o per comodo sentiero in circa 30 minuti. Da qui si segue il sentiero ornitologico Walter Corti, per un bellissimo bosco di abeti e larici. Attraversati alcuni ruscelli, che in caso di abbondanti piogge possono creare qualche difficoltà, si esce in breve all’alpe Combanina, chiamata anche alpe Ciof, o Giuf, su alcune carte, dove ci sorprenderà incontrare un’intera famiglia di Traona, paese del fondovalle valtellinese, con vacche, tacchini e animali di ogni sorta, che produce e vende, qui direttamente o al punto vendita di Gerola Alta, del bitto fantastico. Rifocillati, riprendiamo il nostro percorso in saliscendi. Abbandoniamo il sentiero ornitologico che torna al Bar Bianco dopo un anello che passa per la Cima di Rosetta, che con i suoi 2150 metri domina la zona, e prendiamo in direzione sud il percorso segnato della G.V.O.: da notare sul palo davanti all’alpe Combanina, il “gallo cedrone”, simbolo della GVO, e il simbolo dello Smeraldo. Ci voltiamo alle nostre spalle per ammirare la mole piramidale del Sasso Manduino prima di riprendere il cammino. Dopo circa un quarto d’ora troveremo una deviazione a sinistra che ingnoiramo perché ci porterebbe a delle baite in basso, e ci innalziamo fino alla conca dell’Alpe Combana, caricato da una coppia con delle capre. Per non perdere la nostra traccia, come spesso succede nei pascoli diventa meno chiara, attraversiamo il prato e saliamo sul versante opposto, poco sopra la baita, dove si scorgono di nuovo i bolli, un omino, e la traccia stessa. Inizia ora un tratto di salita più deciso, sforzo ripagato dall’alpe Stavello, un nucleo di baite dove troviamo una fontana completamente restaurata ad arte, dove rinfrescarci e sostare per ammirare il panorama sulle Alpi Retiche, in particolare sul monte Disgrazia e il ghiacciaio di Preda Rossa. Per chi fosse attratto da varianti tecnicamente impegnative, parte qui un sentiero che porta alla bocchetta di Stavello da cui si può scendere in Valsassina , verso Premana, oppure percorrere la dorsale per arrivare ai laghi Deleguaccio e raggiungere il monte Legnone!

Più semplicemente il nostro itinerario segue i bolli, qui poco visibili, che scendono leggermente verso sinistra fino a entrare nella valle di Pai con un bell’itinerario per alcuni tratti intagliato nella parete di roccia. Ad un bivio non segnalato, ignoriamo la traccia che va diritta in direzione dell’alpe Svanollino e scendiamo decisamente a sinistra fino a incontrare il torrente. E’ un tratto, questo, dove la direzione è ovvia, ma la traccia a volte può risultare coperta dalla fitta vegetazione che grazie all’umido e al fresco cresce abbondante. Arrivati al ponte si lascia il sentiero in discesa che ci porterebbe a Ravizze, sul fondo della Val Gerola, e attraversato il torrente risaliamo in breve alla carrozzabile che scendendo verso sinistra ci porta alla strada asfaltata per Laveggiolo.

Continuiamo sulla strada bianca facendo attenzione ad un palo indicatore che presto ci immette su un sentiero più ripido a sinistra, per evitare il lungo giro della strada, : è un tratto poco interessante ma che ci condurrà alla splendida conca dove sorge il rifugio Trona Soliva, un ampio vallone dove beate pascolano le vacche disturbate solo dalle marmotte e dal maestoso volo dell’aquila presente qui con alcune coppie. Sono visibili anche diverse dighe costruite negli anni in zona, lago di Trona e lago di Pescegallo per le quali passeremo, e la diga del lago dell’Inferno che invece non incontreremo.

Ignorando il sentiero che sale dalla sottostante valle della Pietra arriviamo con cammino pianeggiante al Rifugio Trona Soliva, teorico punto di appoggio del sentiero smeraldo ma per quest’estate chiuso per mancanza di gestori! Siamo quindi costretti ad allungare la tappa fino al rifugio Salmurano. Speriamo che in futuro venga riaperto!
Dal rifugio Trona Soliva non bisogna lasciarsi ingannare dai vari cartelli che pur indicando la giusta direzione in realtà allungano il percorso: bisogna scendere sotto il rifugio per una traccia di fatto non segnalata che passa per delle baite in basso e quindi punta decisa verso il muro della diga del lago di Trona, dove conviene salire sul bordo per ammirare lo spettacolo dello specchio d’acqua che riflette le montagne intorno prima di proseguire diritti sotto il versante nord del Pizzo Tronella. Lungo il cammino incontreremo diverse deviazioni che indicano il lago Zancone, che non fa parte del nostro percorso ma una breve deviazione sarebbe sicuramente ripagata dallo spettacolo
Il percorso, ora ovvio, rientra nel bosco facendo sparire le montagne ai nostri occhi fino ad incrociare la deviazione che scende verso Fenile, dove si inizia a scorgere anche la zona del Cengalo e delle montagne intorno; poco dopo , un breve tratto in discesa sulla sinistra, dove tralasciamo l’indicazione “mezzaluna” presente a destra, e dopo poche centinaia di metri troviamo il bivio per Pescegallo, mentre a destra il sentiero inizia nuovamente a salire entrando nel bel vallone circondato dai Denti della Vecchia, un ambiente inaspettatamente isolato e selvaggio dove alcuni pannelli esplicativi fanno apprezzare alcuni paesaggi della zona, in particolare stagni e prati umidi con gli eriofori e le torbiere. Superato lo sbarramento in prossimità di una sorgente con un ultimo saliscendi, arriveremo ai paravalanghe che annunciano la pista da sci di Pescegallo, dove troveremo Sergio, il gestore del rifugio Salmurano. Dietro il rifugio troviamo l’indicazione del GVO: inizia ora un secondo tratto non particolarmente, lungo i paravalanghe quindi per la strada bianca che conduce al lago di Pescegallo: lo specchio d’acqua è veramente suggestivo con le sue brillanti sfumature di blu, verde e grigio. L’occhio può iniziare a spaziare lungo tutto l’arco alpino giungendo finalmente a vedere l’inconfondibile mole del Pizzo Badile.
Proseguiamo verso il Forcellino per un tratto in salita abbastanza ripido: qui il paesaggio cambia nuovamente, sotto a noi si apre la val Bomina, che offre la possibilità di rientrare al borgo di Nasoncio oppure intraprendere diversi trek alternativi verso Dosso Cavallo, Bema e l’abete di Vesenda. Noi continuiamo invece poco sotto la dorsale che divide le province di Sondrio e Bergamo fino a giungere al lago di Verrobbio, piccola pozza d’acqua soggetta ad un veloce fenomeno di interramento che si trova sotto l’omonimo passo, dove ci soffermiamo sui resti della Linea Cadorna, la struttura difensiva fatta erigere dall’omonimo generale durante la prima guerra mondiale, che con gallerie, trincee, bunker, forti e manufatti vari scongiurava l’ invasione da nord e ancora oggi costella l’arco alpino dall’Ossola fino a metà Valtellina.

Da qui possiamo scendere velocemente, sul versante bergamasco, verso il rifugio San Marco, conclusione della nostra seconda tappa, supponendo la prima notte al Trona Soliva, altrimenti si può scendere direttamente a Albaredo. Da Ca’ San Marco si snoda la celeberrima via Priula, storico collegamento che traversava le Orobie dalla Val Brembana alla Valtelllina evitando il passaggio, e il dazio, allo Stato di Milano, ancora oggi una mulattiera selciata per il Passo San Marco, antenata dell’unico collegamento fra Valtellina e bergamasca, dove troviamo una curiosa mostra di incisioni su roccia. Iniziamo infine la discesa conclusiva che con un bel tracciato quasi sempre lontano dai rumori della strada ci porta in prossimità delle baite d’Orta, dove abbandoniamo la GVO che continuerebbe il suo cammino verso est in direzione di Tartano, e scendiamo verso nord per il Dosso Chierico, spettacolare pascolo a balcone sulla valle di Albaredo. Volgendo a destra lungo la carrozzabile in discesa, arriviamo in breve alla Madonna delle Grazie e alla strada che scende dal passo, che attraversiamo per continuare a scendere verso Albaredo, termine del nostro sentiero Smeraldo.
L’escursione merita davvero ed è adatta a tutti, ma occorre verificare l’apertura del rifugio Trona Soliva per potersi organizzare al meglio

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Autore

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