Scalate nelle Alpi

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Ritratto di maurizio
maurizio

Sono passati una quarantina d'anni dal tempo dei principali scritti alpinistici di [[Guido Rey]] e si vedono tutti! [[Giusto Gervasutti]] è parte di un altro mondo, il nostro, quello moderno della velocità, della tecnica, della sperimentazione e, contemporaneamente, della continua insoddisfazione.

Se il vecchio Rey si cullò tutta la vita nel mito del Cervino, con la sola ossessione della cresta del Furggen, Gervasutti non ha miti, ha solo problemi da risolvere, e in fretta, perché allora come oggi le ferie sono contate ed il maltempo indispettisce: tre giorni a Grindelwald, poi via a Chamonix, poi nel Delfinato. Certo le imprese compiute conservano ancora del clamoroso; non a caso gli valsero il soprannome de "il fortissimo": citiamo a caso i diversi tentativi alla nord delle Grandes Jorasses (riuscita in seconda assoluta, il giorno dopo la prima dei tedeschi Peters e Meyer, in coppia con Renato Chabod, trascinandosi dietro anche gli svizzeri Raymond Lambert e la signorina Loulou Boulaz, prima donna a superare la terribile parete), la NO dell'Ailefroide, la sud della punta Gugliermina in compagnia di Gabriele Boccalatte, il pilone destro del Frêney sul Bianco, fino alla partecipazione alla spedizione italiana nelle Ande del 1934, durante la quale fa parte per se stesso e scala due cime inviolate del Cile superiori ai 5000 metri.
In un'Europa sempre più attirata nel vortice delle ideologie nietzscheane, votate all'azione, combinate alla frenesia del pensiero futurista, non sorprende lo stato d'animo che ispira al giovane Gervasutti l'idea, maturata nell'arco di poche ore, di passare il Natale affrontando in solitaria la via italiana al Cervino (che tra l'altro non conosceva direttamente): «Sorse in me il desiderio prepotente dell'avventura nuova ed ignota, e con il desiderio quel particolare stato d'animo che precede l'azione, quando tutti i nervi, tutti i muscoli vibrano all'unisono e una necessità imperiosa del nostro essere vuole la lotta, sente il bisogno dell'aria frizzante e vivida, del pericolo, dell'ostacolo da combattere e vincere. (..) L'idea dell'azione vicina suscita in me strane sensazioni e contrastanti pensieri. Provo una grande commiserazione per i piccoli uomini, che penano rinchiusi nel recinto sociale che sono riusciti a costruirsi contro il libero cielo e che non sanno e non sentono ciò che io sono e sento in questo momento. Ieri ero come loro, tra qualche giorno ritornerò come loro. Ma oggi, oggi sono un prigioniero che ha ritrovato la sua libertà. Domani sarò un gran signore che comanderà alla vita ed alla morte, alle stelle ed agli elementi».
Ma Gervasutti è anche persona generosa e leale: dal suo racconto (confermato anche da chi lo ha conosciuto) appare chiaro come sia sempre pronto ad assumersi i compiti più rischiosi, come quello di risalire in libera a disincagliare le corde che non scorrono alla fine di una doppia, o aiutare degli sprovveduti avventuratisi oltre il limite delle loro capacità. Sa anche riconoscere sportivamente i propri errori di valutazione e rende merito a chi ha saputo fare meglio di lui; ma allo stesso modo non tollera discussioni con chi gli è largamente inferiore dal punto di vista alpinistico: il povero torinese Colonnetti deve "essersene sentite cantare" di ogni sorta, tanto da non riapparire mai più nelle pagine del libro!